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Maurizio Ferraris recensisce Razzismo e noismo, il saggio di Luigi Luca Cavalli-Sforza e Daniela Padoan

Alle radici culturali della civiltà dell’orrore

Maurizio Ferraris, “La Repubblica”, 14 gennaio 2014

 

”Tra pochi giorni, il 27 gennaio, si celebrerà il giorno della memoria, e si ripresenterà un classico interrogativo: come è possibile che, nel cuore dell’Europa, una popolazione altamente civilizzata abbia compiuto uno sterminio su base razziale, ideando e allestendo su scala industriale quei lager che costituiscono una cesura nella nostra storia? E che significato dobbiamo dare a tutto questo, oltre a quello, ovvio e doveroso, del monito affinché ciò non abbia più luogo? In Razzismo e Noismo (Einaudi) un’umanista, Daniela Padoan, e uno scienziato, Luigi Luca Cavalli-Sforza, appartenenti a generazioni diverse e con idee spesso in contrasto, tentano e riescono a pensare fuori dagli specialismi proponendo una illuminante chiave di lettura. Quello che si è manifestato nei campi di sterminio non è semplicemente l’aberrazione di una ideologia, né meno che mai (come talvolta si suggerisce, non senza razzismo) lo spirito tenebroso di un popolo, ma piuttosto l’inconscio a cielo aperto dell’umanità.
I dati sono semplici. 200 milioni di anni fa ci siamo separati dagli uccelli, 65 milioni di anni fa dai cavalli, e solo da 7 o 5 milioni di anni ci siamo separati dagli scimpanzé, con i quali condividiamo il 98% del Dna. Ma è centomila anni fa che Homo sapiens sa- piensè uscito dall’Africa per espandersi e colonizzare l’intero pianeta, ed è solo 12mila anni fa che i nostri progenitori si sono via via trasformati, da cacciatori nomadi, in agricoltori sedentari. Si tratta di un passaggio che, nell’argomentazione dei due autori, assume una grande rilevanza, soprattutto nel ricordare come la nostra storia culturale sia iniziata con quei cacciatori-raccoglitori che dall’Africa colonizzarono ogni continente, senza avvertire alcuna necessità di dominio. L’istituzione della proprietà privata, dello schiavismo e della guerra inizia con il passaggio all’economia di agricoltura e allevamento. Che sono d’altra parte un passo in avanti verso quello che noi chiamiamo, e a buon diritto, visto che ha reso la nostra vita meno breve e brutale, “civiltà”.
Il passaggio dai cacciatori-raccoglitori all’agricoltura e all’allevamento non era necessario, ma ha avuto luogo, e si è trasformato in un destino, almeno nel senso che costituisce ancora il nostro presente. È indiscutibile che non solo in una azione militare, ma in una competizione sportiva, in un litigio su Facebook, sino a un battibecco tra accademici abbiamo l’azione di quella remota trasformazione della natura umana. Una natura che è indubbiamente più dinamica di quella dei cacciatori-raccoglitori; una natura che è bravissima a culturalizzarsi, e che si rivela come intrinsecamente incline a creare valori, norme, descrizioni e classificazioni. Ciò che purtroppo non sempre si considera è che questo dispiegamento culturale non è immune dal male o dall’orrore. Il tentativo di Padoan, come umanista, è di sottoporre a uno scienziato come Cavalli-Sforza la permanenza nel pensiero scientifico (e filosofico) di quella “gerarchia del disprezzo” il cui precipizio abbiamo visto in Auschwitz.
Ed è da questo confronto che emerge il tema ricorrente del dialogo, l’orrore, appunto, la ricerca delle radici culturali dell’orrore, proprio come in Cuore di tenebra di Conrad. L’orrore di ciò che hanno fatto i nostri antenati lontani e vicini, e assunti come modelli di civiltà (si consideri lo statuto delle donne e degli schiavi nella Grecia classica). L’orrore di civiltà che conosciamo appena. E ovviamente l’orrore che ha avuto luogo nel cuore della nostra civiltà, come appunto dimostrano i campi di sterminio. Alla cui origine non c’è la follia o la barbarie, ma la propensione a catalogare l’umano e il vivente secondo tassonomie e gerarchie, in un continuo slittamento di soglia tra uomo e animale. Non dimentichiamolo: il Kurtz di Conrad non è solo colui che orna la propria capanna di teschi umani, ma anzitutto colui che, su richiesta della “Associazione Internazionale per la Soppressione dei Costumi Selvaggi” scrive una relazione che «Iniziava asserendo che noi bianchi, per via del livello di sviluppo che abbiamo raggiunto, “dobbiamo per forza sembrare a loro [ai selvaggi] come esseri soprannaturali – li avviciniamo con il potere di una divinità”».

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Una recensione di Razzismo e noismo su L’Arena

Prima gli zingari, poi gli ebrei, poi i gay, poi…

L’Arena, 28 gennaio 2014

Il libro di Luigi Luca Cavalli-Sforza e Daniela Padoan Razzismo e Noismo si apre con una riflessione attribuita a Bertolt Brecht: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato, perché erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». L’apologo «non è di Brecht», si spiega nell’introduzione al saggio. «Il suo nucleo originario si trova in alcuni sermoni tenuti nella Germania nazista dal pastore luterano e noto teologo Martin Niemoller, deportato per diretto volere di Hitler a causa delle sue predicazioni avverse al nazionalsocialismo, di cui inizialmente aveva abbracciato l’ascesa». La riflessione — che circola dagli anni Cinquanta, dapprima su carta e ora su internet, in varie lingue e soggetta a varianti, come una canzone popolare — è presentata come prima «riflessione politica sul “noi”», che è il tema del libro, perché «ha il dono di sintetizzare l’esito di desertificazione insito nell’uso delle categorie messe a misurare l’umano, quando queste precipitino — quasi per necessità logica, come la storia dimostra — a valutare il diritto all’esistenza. Ma cosa significa “noi”? Come si stratificano le appartenenze identitarie che, definendo un sistema di confini e soglie (uomo-donna, uomo-animale, bianco-nero, civiltà-barbarie) portano alla gerarchizzazione del vivente e alla creazione di sistemi politici, religiosi e ideologici? Come si declinano le affiliazioni e le esclusioni dell’umano, tra solidarietà e ferocia? Come si legittimano i molti cerchi di gesso entro i quali perpetuiamo la nostra narrazione del mondo?» Attorno a queste domande è costruito il libro, dialogo tra due figure molto diverse: il genetista che rifiuta il concetto di razza e una più giovane studiosa dei genocidi.

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Razzismo e noismo sull’Enciclopedia Treccani

L.L. Cavalli-Sforza, D. Padoan
Razzismo e noismo. Le declinazioni del Noi e l’esclusione dell’altro
Passaggi Einaudi
2013
pp. XIV – 330

http://www.treccani.it/scuola/itinerari/un_libro/rec_408.html

Non c’è dubbio che gli uomini siano assillati dal bisogno di definirsi, prima che di conoscersi. La storia del pensiero dell’uomo intorno a sé stesso porta tracce profonde di questa urgenza, che nei secoli si è sedimentata in un insieme di dogmi e pregiudizi che guidano inconsapevolmente il nostro sguardo sugli altri e sulle cose, e su cui oggi è necessario tornare a riflettere. Razzismo e noismo è in effetti un tentativo di riprendere alcune delle domande fondamentali sul nostro essere uomini, anche alla luce delle riflessioni e scoperte che – a partire dalla seconda metà del secolo scorso, ma in particolare negli ultimi decenni – hanno portato il mondo scientifico e filosofico a rivedere in molti punti la storia dell’evoluzione e dell’origine della nostra specie.

Il testo si presenta come un dialogo tra due importanti studiosi: un celebre scienziato noto soprattutto per i suoi contributi nel campo della genetica delle popolazioni applicata allo studio della storia delle migrazioni umane (Luca Cavalli-Sforza), e una scrittrice e saggista che da tempo si occupa di testimonianza dei genocidi del Novecento e di resistenza femminile alle dittature (Daniela Padoan). La scelta della forma dialogica – una forma tipicamente aperta, aporetica, ricorsiva, in opposizione alla linearità e l’assertività tipiche del saggio – riflette sul piano stilistico l’intento programmatico di «ricercare […] un ponte tra due linguaggi (quello scientifico e quello umanistico) che di norma procedono su strade parallele». Da questo punto di vista, l’articolazione del libro in cinque grandi capitoli non riflette una partizione netta dei contenuti ma resta invece permeabile alla digressione, al ripensamento, all’approfondimento.

Il concetto di «noismo» – neologismo con cui Luca Cavalli-Sforza propone di tradurre l’inglese we-ness – fa riferimento alla«funzionalità delle nostre azioni nei confronti del gruppo sociale al quale apparteniamo». In questo senso il noismo è inseparabile dall’esistenza umana ed è declinabile in tanti modi (ad esempio: campanilismo, nazionalismo, razzismo, altruismo) quante sono le forme del “noi” in cui di volta in volta ci riconosciamo.

Ma è proprio la categoria del “noi” a trovarsi costantemente interrogata nel corso della ricerca: in cosa consistono – si chiedono infatti i due studiosi – quei “noi” in cui oggi per lo più ci riconosciamo, e da dove vengono? L’assimilazione acritica di modelli relazionali strutturalmente ideologizzati (prima di tutto il linguaggio) ci porta infatti ad accogliere come “dati di fatto” un insieme di postulati sulla natura del mondo – e di conseguenza sul nostro posto in esso – senza riconoscerne il carattere di prodotto culturale storicamente determinato. Di fatto, molti dei presupposti che oggi guidano le nostre scelte identitarie affondano le loro radici nella complessa storia delle trasformazioni che hanno portato una ristretta parte del genere homo a stabilire progressivamente un dominio incontrastato sulla natura e sui suoi simili.

La «specie prepotente» – così Luca Cavalli-Sforza ha ribattezzato homo sapiens moderno, o sapiens sapiens – ha fatto la sua comparsa in Sudafrica circa 200.000 anni fa e si è ben presto affermata come egemone, soppiantando o sovrapponendosi alle specie di homo già esistenti. Per 190 millenni ha vissuto di caccia e raccolta, in un assetto sociale, per quanto ci è dato sapere, sostanzialmente egualitario e pacifico, come quello che ancora oggi caratterizza le (poche) società tribali rimaste nel mondo.

La rivoluzione agricola modifica radicalmente questo scenario, introducendo la divisione del lavoro e generando così una serie di squilibri nella gestione e distribuzione delle risorse. Nasce la proprietà individuale e con essa emergono le prime forme di differenziazione socioeconomica: «l’emergere di una classe egemone e l’accentramento progressivo della proprietà terriera è alla base della creazione delle città-stato e degli imperi, e con essi delle leadership e dei conflitti; con il sorgere di entità strutturate sempre più grandi [...] l’ordine si è progressivamente identificato con un gruppo ristretto, l’oligarchia, o con una singola persona, il despota, il monarca, l’imperatore o il dittatore: il punto di riferimento collettivo, il simbolo per il quale si fanno le guerre». In questo processo è ravvisabile, secondo Cavalli-Sforza, la genesi del noismo, il cui strutturarsi «disegna cerchi del noi sempre più normativi, che presuppongono gli altri come nemici».

La definizione del noi, dunque, è imprescindibile dalla determinazione dell’alterità, che ne rappresenta il correlato naturale. I differenti modi di nominare l’altro corrispondono in effetti ad altrettante declinazioni dell’identità collettiva. In questo senso il linguaggio si costituisce innanzitutto come il luogo nativo dell’identità e del riconoscimento; ma esso diviene anche il luogo privilegiato dell’espressione di una prepotenza socialmente codificata, là dove si fa portatore di un’esigenza – quasi una pretesa – di ordinamento della molteplicità e gestione della differenza: «Il noi espansivo, vincente, si è declinato come appartenenza maschile, competenza razionale, possesso di anima e virtù […] L’uomo maschio, bianco, europeo […] nella sua storia e nella storia dei concetti con cui pensa il mondo, per definirsi ha dovuto distinguersi da ciò che non è: dall’animale, dalla donna, dal primitivo, dal barbaro […] La collocazione entro le gerarchie del sesso, del logos, dell’animale, del mostro, fanno da sfondo e talvolta da nucleo alle teorie razziste, incluse quelle che andarono ad alimentare l’ideologia nazista della razza».

Questa tendenza alla gerarchizzazione della vita e del vivente – che ha informato e informa in modo consistente anche le scienze moderne – mira in ultima analisi a spogliare il prossimo della sua irriducibile alterità, intenzionandolo come oggetto di un processo conoscitivo unidirezionale. Un declinare l’altro alla “terza persona”, che ci permette di ignorare quel richiamo all’ascolto e alla responsabilità implicito nella sua prossimità, facendone piuttosto un che di conosciuto, di oggettivo. È forse allora proprio questo atteggiamento oggettivante il filo rosso attraverso cui si svolge la storia del disprezzo dell’uomo per l’uomo. L’urgenza di definire sé stesso in opposizione all’animale, il dominio di genere, la proclamazione di una condizione di schiavitù “secondo natura”, le deportazioni e i genocidi degli ultimi due secoli si rivelano in qualche modo come il prodotto di una dinamica comune: il bisogno di nascondere l’altro a sé stessi, per scampare l’incognita dell’incontro.

Alessandro Salpietro

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Adriano Prosperi recensisce Razzismo e noismo su “Left”

Io, tu e l’umanità

di Adriano Prosperi, “Left” n. 45, 16 novembre 2013

In un Paese imbarbarito dalla crisi economica, dalla iniqua ripartizione delle risorse e dall’esclusione di masse giovanili dal mercato del lavoro, si avverte più che mai il bisogno di un investimento nella cultura come strumento di maturazione e di crescita morale e intellettuale: si pensi all’importanza della scuola pubblica, dove i figli degli immigrati si incontrano ormai normalmente coi figli degli italiani di antica data. è specialmente qui che ci sarebbe bisogno di una decisa politica di investimenti perché questo è il luogo proprio della educazione alla conoscenza e al rispetto delle diversità. La cronaca quotidiana ci mette davanti di continuo a episodi di intolleranza e a nuove forme di razzismo. Ci sono le figure tradizionali dell’alterità negativa – l’ebreo, il negro, lo zingaro – ma ce ne sono di nuove. L’Europa intera ne è vittima: è noto il caso dell’Ungheria e adesso allarma la vicenda della Francia dove il movimento di destra xenofobo sta diventando maggioritario. La condizione di povertà oggi stimola gli stessi atteggiamenti di rifiuto e di disprezzo riservati tradizionalmente alle “razze” inferiori. Ma come è nato e che cosa è il razzismo e quali fondamenti ha nella storia naturale della specie umana? Su questo tema è concentrato il dialogo di Daniela Padoan con Luca Cavalli Sforza in un libro appena uscito da Einaudi, Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro. Al notissimo studioso che ha indagato la storia dell’origine della specie umana e delle migrazioni di popoli, Daniela Padoan pone domande che lo portano non solo a ripercorrere le acquisizioni della sua ricerca ma anche a riflessioni sugli esiti tragici della storia del dominio europeo. Esiti riassunti in una sola parola: Auschwitz, «l’immenso laboratorio dell’umano», come lo definì Primo Levi. Ripercorrere il passato risalendo alla formazione del primo nucleo umano. è qui che l’umanità nasce nel segno dell’incontro tra l’io e il tu, con la formazione della “coppia generativa”, primo nucleo della creazione di gruppi sociali, cioè del “noi”. Circa 6 milioni di anni fa, in Africa, con la separazione dei primi nostri antenati dallo scimpanzé. E da lì, circa due milioni e mezzo di anni fa, cominciò l’avanzata esplorativa verso il resto del mondo da parte di un essere umano che aveva imparato a camminare eretto e a usare utensili. Questa storia è dominata dall’aspetto positivo di quello che Cavalli Sforza ha chiamato il “noismo”, come capacità di collaborazione tra l’io e gli altri. Ma Padoan gli ricorda che c’è anche un lato negativo del “noismo”, quella volontà di affermazione di un gruppo a esclusione degli altri che ha portato all’emergere dell’uomo bianco europeo. Un percorso che se vede da un lato le affermazioni trionfali del sapere e del potere maschile europeo, dall’altro affonda nella notte dello schiavismo, dell’infanticidio, della trasformazione dello straniero in nemico, fino ad arrivare al discorso di Himmler sulla “penosa necessità” di eliminare non solo gli ebrei maschi ma anche le loro donne e i bambini. Impossibile riassumere la ricchezza del libro: ma ricordiamo la conclusione di Cavalli Sforza. La condizione per pensare positivamente al futuro è quella di guardare con occhi diversi al passato: per esempio alla cultura dei pigmei, prediletti da Cavalli Sforza, che pensa che quel popolo, benché a rischio di sopravvivenza, possegga il segreto del vivere in armonia, dell’assenza di aggressività e sopraffazioni e della capacità di risolvere pacificamente ogni crisi di convivenza.

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Tra scrittura e libertà: recensione del “Corriere della Sera”

“Corriere della Sera”, 4 aprile 2011

IN PAGINA

I discorsi dei Premi Nobel

di GIORGIO DE RIENZO


È una bella idea quella di Daniela Padoan di raccogliere i discorsi dei Premi Nobel per la Letteratura, scendendo da Herta Müller (2009) fino ad Anatole France (1921). Si tratta di un’ antologia nella sua parte bassa di classici della letteratura del ‘ 900 (Camus, Faulkner, Mann) e in quella alta di voci nuove della cultura di tutti i continenti: da Gordimer (2002) a Oe (1994). Una curiosità: è presente per l’ Italia solo Quasimodo con il discorso «Il Poeta e il Politico», niente Carducci, Montale e Dario Fo. La linea che ha scelto la curatrice è quella che dà il titolo al libro: Tra scrittura e libertà (Editrice San Raffaele, pp. 463, 21). È una linea che va intesa nei due sensi: la scrittura come testimonianza di un bisogno di libertà, che si oppone al binomio di «violenza» e «menzogna» di cui parla Solgenitsin; ma anche la scrittura che libera di per sé l’ uomo dalla storia con i suoi pesi, perché, dice Walcott, il «destino della poesia è di innamorarsi del mondo, nonostante la Storia».

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Tra scrittura e libertà: recensione del Messaggero

“Il Messaggero”, 9 gennaio 2011

La parola ai Nobel. Innamorati del mondo, nonostante la storia

di RENATO MINORE

In un libro i discorsi pronunciati dai vincitori del Premio davanti all’Accademia di Svezia. Sono vere e proprie “lezioni” sul significato dello scrivere

Prima, con Bergson, Camus, Andric, Steinbeck, Faulkner, erano semplici “discorsi del banchetto” che spezzavano l’agape della ceerimonia. Poi, con Singer, Belllow, Marquez, Soyinka, Lessing, Gordimer, Walcott fino alla Muller, a Saramago, a Vargas Llosa sono diventate vere e proprie lezioni pronunziate di fronte all’Accademia di Svezia. In ogni caso, le parole che ogni anno i Nobel della letteratura dicono in occasione della consegna del premio più prestigioso al mondo sono un’occasione unica per riflettere sul perchè e per chi si scrive attraverso la testimonianza di quel prodigioso “bosco parlante” di cui parla Octavio Paz, dove ciascun poeta ha piantato un albero diverso.

Trentotto di questi discorsi, soprattutto quelli che “sembrano privilegiare un sentimento di responsabilità verso gli uomini”, li leggiamo per la prima volta o li rileggiamo nel volume Tra scrittura e libertà (Editrice San Raffaele, 460 pagine, 21 euro). Attraverso la voce di uomini e donne per i quali “la bellezza della parola è ricerca essenziale”, il secolo che abbiamo alle spalle torna sulla scena, con i suoi tanti orrori, dai lager nazisti ai gulag, da Hola Camp a Guantanamo, dall’apartheid alla rivoluzione culturale. Da più punti di vista, la letteratura si rivela l’antidoto di cui parla Brodskij contro tutti i tentativi di dare una soluzione totalitaria di massa ai problemi dell’esistenza umana. Perché “per uno che ha letto molto Dickens, sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea, è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non lo ha letto mai”. Sono parole, ben scrive nella intensa prefazione la curatrice Daniela Padoan, che si tengono in bilico su una corda sottile, sempre sul punto di rompersi, tra la necessità di permanenza etica della storia e la necessità della parola poetica. Perché, come disse Derek Walcott nel suo discorso, “il destino della poesia è di innamorarsi del mondo, nonostante la Storia”. Delle forme di questo amore seppero dire cose davvero essenziali una poetessa come Wislawa Szimborska, nel 1996, e uno scrittore come Saul Bellow, venti anni prima, dai cui discorsi pubblichiamo alcuni stralci.


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Tra scrittura e libertà: recensione della Stampa

“La Stampa”, 10 dicembre 2010

La voce dei Nobel

di MARIO BAUDINO

In un libro i discorsi dei vincitori alla consegna dei premi per la Letteratura. La cerimonia diventa un modo per riflettere su che cosa si scrive e per chi

Cominciò con un «discorso del banchetto», un breve indirizzo di saluto; poi, a poco a poco, si trasformò in quello che ora conosciamo: una lezione impegnativa sulla letteratura e sulle proprie esperienze, uno sforzo di verità, il momento alto nella laboriosa cerimonia del premio Nobel per la letteratura. Oggi a Oslo si consegna quello per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, senza il premiato e senza i famigliari, tutti arrestati in Cina, e senza molte delegazioni internazionali, assenti per non dispiacere al regime comunista. È ovvio che in una situazione come questa lo stretto legame fra Nobel per la pace e diritti umani venga esaltato. Ma non riguarda solo Oslo. Anche il premio per la letteratura – che come tutti gli altri si consegna invece a Stoccolma – ha avuto negli anni una forte connotazione sociale e politica. È certo vero che non tutti gli scrittori più importanti sono stati premiati in Svezia, e non tutti i premiati erano scrittori così importanti, ma resta indubbio che al momento solenne del discorso di accettazione ognuno ha fatto del suo meglio. I discorsi dei Nobel, di cui pubblichiamo sotto alcuni stralci, raccontano non solo la letteratura di un secolo e oltre (il premio nasce nel 1901, com’è noto dal lascito di Alfred Nobel, l’industriale che inventò e produsse per primo la dinamite) ma soprattutto il sentimento dominante di epoca in epoca tra gli intellettuali, forse col filo comune di un costante senso di colpa dell’Occidente, cui si sottraggono in pochi, uno per tutti Saul Bellow. Le edizioni San Raffaele hanno pubblicato in un libro (Tra scrittura e libertà) i 38 testi più significativi, da Anatole France (1921) a Herta Mueller (2009). E la curatrice Daniela Padoan, analizzandoli nella bella introduzione, si chiede che cosa ci raccontino, letti nel loro insieme. Risponde con un’ipotesi affascinante: «Si potrebbe dire che lo stesso premio Nobel nasca dalla necessità di ammansire l’angoscia tra gli uomini». Forse è vero, come disse il poeta Czeslaw Milosz nel 1980, che «la letteratura impedisce che l’uomo si trasformi in una cosa».

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Le Pazze: recensioni e segnalazioni

Stampa

16 maggio 2005 – L’Unità anticipazione

16 maggio 2005 – Corriere della Sera Milano segnalazione presentazione Oberdan

11 giugno 2005 – Io Donna “Promossi e bocciati” di Giulia Borgese

11 giugno 2005 – La Repubblica segnalazione “Almanacco dei libri” di Omero Ciai

13 giugno 2005 – Il Manifesto recensione di Claudio Tognonato

14 giugno 2005 – Notiziario News Italia Press

14 luglio 2005 – Il Giornale recensione di Marina Gersony

17 luglio 2005 – Corriere della Sera recensione di Carlo Vulpio

22 luglio 2005 – Il Gazzettino recensione di Aldo Forbice

31 luglio 2005 – Il Sole 24 Ore recensione di Laura Pariani

26 agosto 2005 – Diario recensione di Ruben H. Oliva

17 settembre 2005 – Il Tirreno recensione di David Fiesoli

23 ottobre 2005 – La Gazzetta di Parma recensione di Lisa Oppici

29 ottobre 2005 – La Sicilia (Premio Martoglio)

30 novembre 2005 – La Gazzetta dell’Etna (Premio Martoglio)

26 gennaio 2006 – Corriere della Sera, Elogio della follia di Plaza de Majio, di Claudio Magris

25 marzo 2006 – Il Giornale di Brescia recensione di l.o.

31 marzo 2006 – Aprile recensione di Luca Kocci

13 maggio 2006 – Il Domenicale recensione di Fabio Canessa

18 maggio 2006 – Vanity Fair Emanuela Dviri

25 giugno 2006 – La Provincia di Lecco recensione di Boris Sollazzo

Radio

16 maggio 2005 – Radio Onda d’urto intervista di Irene Panighetti

9 giugno 2005 – Radio Svizzera intervista di Antonio Ria

24 giugno 2005 – Radio radicale intervista di Andrea Billau

24 giugno 2005 – Radio Uno Zapping intervista di Aldo Forbice

8 luglio 2005 – Agenzia Notizie Rizzoli

22 marzo 2006 – Radio 24 (con parti del documentario)

24 marzo 2006 – Radio Popolare

15 maggio 2006 – Radio Svizzera Mailù Rezzonico

Televisione

25 ottobre 2005 – Tg3 Punto Donna – RAI 3 Intervista di Ilda Bartoloni, con Hebe de Bonafini

giugno 2006 – Tg La7 in studio con Fabio Angelicchio

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