Nadine Gordimer, “Ritratto di un clandestino”

Intervista di Daniela Padoan

“il manifesto”, 30 giugno 2002

Julie, ragazza bianca e ricca di Johannesburg, rimasta in panne in mezzo al traffico, aggancia Abdu, il meccanico arabo dell’officina a cui si rivolge in cerca di aiuto. Ancor prima di vedere il suo bel viso olivastro, di incontrare lo sguardo distratto dei suoi grandi occhi neri, è attratta dal suo corpo sdraiato e mezzo nascosto che esce sinuoso da sotto la scocca dell’automobile che sta riparando. Questa la scintilla da cui prende avvio la storia, anche se in realtà l’ultimo romanzo di Nadine Gordimer, L’aggancio propone fin dal titolo il gioco di un doppio spiazzamento: pickup, nel senso di rimorchiare una persona, ma anche di trainare un’automobile. Il racconto dice di uno scambio tra i due in cui fino all’ultimo non si sa chi sia ad aver agganciato l’altro, anche se – sostiene Nadine Gordimer – tutti finiscono per muoversi da soli verso se stessi. Come in un doppio sogno, tanto Abdu che Julie agiscono sulla spinta di una mancanza: quel che li muove è il desiderio di qualcosa che esorbiti l’orizzonte soffocante del proprio mondo di appartenenza. Lui fugge da uno di quei paesi dove non si riesce a distinguere la religione dalla politica e dove le forme della persecuzione sono inscindibili dalla povertà, che diventa a sua volta persecuzione. Lei fa parte di una famiglia e di un ambiente di cui disprezza i privilegi, e frequenta un ristretto circolo di intellettuali liberal e bohèmien, orgogliosi di mostrare la loro estraneità ai pregiudizi razziali pur vivendo in un paese che da non molto si è liberato dall’apartheid. E, tuttavia, si ritrovano ad essere altrettanto prigionieri di rituali di appartenenza e di esclusione.

È lei ad aver attratto Abdu nella sua cerchia, ad averlo forzato a una relazione segnata da una differenza che non pare colmabile? Oppure è lui che la vuole perché il corpo di lei è il solo paese che lo accolga? Perché, altrimenti, nessuno lo riconoscerebbe, non avrebbe un luogo dove andare, né alcuna pretesa da far valere? Dopo aver tanto scritto sulla segregazione razziale, Nadine Gordimer
indaga la condizione di minorità di chi si trova costretto a cercare una chance in un paese che non lo vuole, che lo sospetta, che ne regola per legge l’espulsione. Il “problema immigrazione”, come ormai viene definito dalle scienze sociali e dalla politica, che lo declinano parlando di flussi e di quote, è diventato paradossalmente centrale persino nel nuovo Sudafrica, una nazione che è stata fondata giuridicamente e pragmaticamente sulla discriminazione razziale. Durante l’apartheid le frontiere erano una barriera pressoché insuperabile ma, da quando è stato di nuovo possibile circolare liberamente, la nazione più ricca del continente africano ha visto arrivare un gran numero di immigrati provenienti dal resto dell’Africa, dall’Asia e dalla Corea. Abdu è nato in un paese musulmano, desertico, poverissimo. Pur essendo laureato in economia, lavora in nero, sotto falso nome, in un’officina meccanica. Non è un caso che la sua invisibilità vada di pari passo con la scomparsa del nome con cui è stato messo al mondo: con la revoca del nome gli viene sottratta anche l’appartenenza a un mondo, e la possibilità di muovervisi liberamente. Non è la prima volta che cerca di varcare le frontiere di uno stato; è già stato respinto da più di un paese europeo. Il suo permesso di soggiorno è scaduto da un anno e ora lo hanno rintracciato, deve lasciare il Sudafrica entro quattordici giorni. Uno scarto improvviso del racconto, il primo di un susseguirsi di capovolgimenti: Julie decide di partire con lui. Lo sposa, e solo allora viene a conoscenza del suo vero nome: Ibrahim ibn Musa. Andrà a vivere con lui in un villaggio nel deserto, in una grande famiglia musulmana composta quasi esclusivamente di donne, che la accoglie dapprima con sospetto e poi con tenerezza. Ma Ibrahim non ha rinunciato a inseguire il suo sogno di ricchezza, di riscatto da una realtà che sente misera e umiliante, e ottiene un visto per l’America. Al momento di partire, però, Julie deciderà di non seguirlo e di restare con la famiglia che la ha accolta.

Nadine Gordimer – a Milano per il festival Milanesiana che, sotto la direzione artistica di Elisabetta Sgarbi, da tre anni propone un vitale dialogo tra scrittura, musica e immagini – parla di Abdu e di Julie come di persone in carne e ossa, di cui spiega e decifra i comportamenti. Individui ancora da comprendere a pieno che, come gli esseri umani, non sono mai raggiungibili da una verità definitiva, ma continuano a porre interrogativi a chi li osservi. Il romanzo ha inizio con una scena in cui la ragazza viene coperta di insulti – Idikazana lomlungo, le! E muoviti, maledetta scema! – dagli automobilisti che creano un ingorgo cercando di superare l’ostacolo della sua macchina in panne, e alza le mani, a palmi aperti, in segno di resa. La voce narrante si rivolge al lettore a segnalare quel gesto. Ecco: avete visto. Ho visto. Quel gesto.

“Sì, si tratta di un gesto per me fortemente significativo – dice Nadine Gordimer
- non è solo di resa, ma anche di difesa, tanto che, alla fine del romanzo, quando Julie deciderà di non seguire il marito in America, lo ripeterà nello stesso modo. Non amo dilungarmi in descrizioni, nei miei libri; preferisco che le storie balzino fuori così, da piccoli gesti.”

Nell’Aggancio c’è un costante richiamo allo sguardo e al modo in cui vengono nominate le cose; occorre guardare oltre lo schermo dell’invisibilità che fa scomparire le persone – concettualmente prima che fisicamente – e stare attenti alle parole che si usano, sembra dire la Gordimer. Guardare l’altro da sé costituito dall’immigrato clandestino e raccontarne la storia di vita, dirne il nome, significa sottrarlo alla cancellazione, all’essere raccontato come flusso, carico, orda, marea umana, e con tutte quelle immagini con cui, attraverso uno slittamento semantico, dalla parola immigrato si passa a illegale, a clandestino, per finire a criminale, creando un pericoloso sillogismo. In questo libro c’è un’indicazione profondamente politica, un invito a uscire dallo scacco cui porta l’uso di categorie che lasciano fuori gli esseri umani con i loro nomi, i loro corpi, i loro sentimenti.

“Dobbiamo chiederci chi è un clandestino – riprende a dire Nadine Gordimer – , uno che non ha il permesso di soggiornare in un paese. E’ una persona senza futuro, perché non ha un’identità da rivendicare. Diventa una presenza illegale, illegittima. E’ qui, ma al tempo stesso non è qui. Vive su una soglia. E’ una “non persona”. Dare corpo, voce, nome, pur nella finzione letteraria, significa non accettare l’esistenza di “non persone”, e questo, certo, è un atto politico. O, almeno, io mi auguro che lo sia.”

Abdu conosce lo sguardo del preconcetto che grava su di lui: sono uno spacciatore, dice, sono uno che fa la tratta delle bianche, che viene a rapire le ragazze; sarò un peso per lo stato, ruberò il lavoro a qualcuno, accetterò una paga inferiore di uno del posto. “Questo è il peso del pregiudizio. Se incontrassimo Abdu seduto su un aereo, accanto a noi, probabilmente lo guarderemmo con sospetto”: questo il commento di Gordimer sul personaggio che ha inventato. “E’ un arabo, un musulmano, forse un terrorista. Non avremmo il tempo, alcuni forse neanche il desiderio, di sapere chi è davvero.”

Quella di Abdu è una condizione segnata da un’estrema solitudine, anche quando Julie lo introduce nella cerchia dei suoi amici. Più di una volta, mentre quelli si lanciano in dissertazioni esistenziali, o anche soltanto in battute che vengono rimandate dall’uno all’altro come passi di una danza ben conosciuta, lui tace, appartato in una reciproca assenza di comprensione. “Mentre scrivevo il libro mi sono resa conto che stavo trattando un problema di portata mondiale, perché qualunque persona che si trovi in terra straniera, ma in modo particolare un immigrato clandestino, porta con sé, o almeno vorrebbe farlo, una parte di quella che è stata la sua ricchezza, per esempio la lingua. Ma quel che succede è che deve rinunciare a tutto per cercare di inserirsi nel nuovo mondo in cui è finito.”

In Sudafrica la borghesia bianca è costituita in gran parte da europei. Francesi, italiani, inglesi, che in una scena del libro troviamo raccolti nella lussuosa villa del padre di Julie, tra tartine, pettegolezzi mondani e dissertazioni sui titoli azionari. Sono tutti immigrati per discendenza, anche se hanno seppellito la categoria cui appartenevano i nonni. Alla festa c’è anche un famoso avvocato nero, e sarà proprio grazie alla sua consulenza che verrà emesso il verdetto di espulsione per Abdu. “Il fatto che sia di colore non cambia assolutamente niente; prima era una vittima, ora è uno di loro. Anche quest’uomo si aspetta che Julie scelga uno della propria specie, la specie cui appartiene anche lui. D’altro canto il padre, quando Julie deciderà di seguire Abdu nel suo paese, le dirà: parti per uno dei più brutti, più poveri e più arretrati paesi del Terzo mondo, per seguire un uomo che è vissuto qui da clandestino. Tu che ci tieni tanto all’indipendenza e alla libertà, vai dove le donne vengono trattate come schiave. Sei impazzita. Hai scelto di andare all’inferno, a modo tuo. L’inferno. Per Julie, agli occhi del padre, quello è l’inferno. Il privilegio di chi vive nel primo mondo, ora è difeso con molta più durezza.”

Inclusi ed esclusi; persone che posseggono molto e persone che non posseggono nulla: è tra gli have e gli have not, come dicono gli inglesi, che si gioca questa partita a distanza. Julie appartiene a un mondo, Abdu all’altro. Si parlano, si toccano, diventano centrali l’uno nella vita dell’altra, eppure restano reciprocamente intangibili, in qualche modo ignoti. Solo quando Julie comunica al suo amante che ha deciso di partire con lui, abbiamo una sua descrizione, coincidente con lo sguardo di Abdu che, come vedendola per la prima volta, la soppesa, la scruta, la teme inadeguata a quell’altro paese, a quell’altra vita.
“Sì, lei viene descritta solo quando Abdu la vede, viene ritratta attraverso i suoi occhi. Se l’avessi descritta io – dice l’autrice – lo avrei fatto diversamente. Ma in un certo senso anche Julie vede Abdu per la prima volta, quando, arrivato nel suo paese, acquista una sicurezza dei gesti, una completa padronanza; quando perde la circospezione dell’ospite non desiderato. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei adesso quella che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni talora inconcepibili per una donna occidentale”.

Nella vita di Julie non ci sono state presenze femminili: una madre divorziata partita per gli Stati Uniti insieme a un proprietario di casinò; la raffinata e superficiale moglie francese del padre; persino tra gli amici che frequentano il solito locale vengono tratteggiate solo figure maschili. In quel paese altro, nel paese di Abdu, Julie incontra le donne. Si ritrova a condurre gran parte dell’esistenza quotidiana con loro, divide con loro gli spazi domestici e le cure familiari. Impara a conoscere le bambine, i gesti delle donne di casa quando cucinano o si raccolgono in preghiera, quando si portano lo scialle sul viso per proteggersi dal vento del deserto. Nella famiglia di lui tutto gira intorno alla madre, incarnazione dell’autorità femminile: sarà lei a sancire l’avvenuta integrazione di Julie, quando le consentirà di starle accanto in cucina e le insegnerà come preparare le sue sapienti ricette. Infine, nella stagione in cui il rih, il vento del deserto, diventa più forte, Julie – a cui era concesso di stare a testa scoperta perché straniera – mette uno scialle sulla testa e prende i costumi delle altre donne.

“Può darsi che in questo mio libro ci sia un senso della forza femminile, ci sia un ritrovarsi di Julie in quanto donna. Certamente Julie, diversamente da Abdu che vuole di nuovo emigrare per cercare fortuna in America, comincia a credere che occorra restare lì, e inventare soluzioni; irrigare un pezzo di deserto, piantare del riso.” Julie è entrata nel paese di lui come estranea e ne è stata sedotta, agganciata. Agli occhi del marito, che prova un sentimento difficile, amaro, nei suoi confronti, le donne diventano inspiegabilmente alleate della straniera. “La fiducia che Abdu ha nell’amore di lei, o per meglio dire in quella che chiama la sua devozione, è gravato da una sorta di risentimento: teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. Julie fa parte dei padroni del mondo, di quelli che possono comprare un biglietto, mostrare un passaporto e farsi riaccogliere in qualsiasi momento nel proprio mondo.” Prima o poi accadrà, e dunque meglio non far conto su quell’amore. Meglio rilanciare i dadi e cercare ancora una volta una possibilità di riscatto, di fuga da un luogo che ormai non gli può più bastare. Abdu parte, Julie resta nella casa ai bordi del deserto. Non sappiamo cosa accadrà; se raggiungerà il marito in America, se lui tornerà, se lei resterà a vivere nel paese che l’ha accolta oppure, davvero, prima o poi, tornerà alla sua vecchia vita. “Quel che conta – conclude Nadine Gordimer – è che le traiettorie delle loro esistenze si sono, imprevedibilmente, incontrate, ed entrambi hanno deciso di mettersi in gioco nel mondo, accettando lo spiazzamento dato dallo sguardo dell’altro.”

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