Incontri con Seni Camara

testo per Regine d’Africa, libro fotografico di Paola Mattioli

di Daniela Padoan

A volte il mondo ti arriva in casa come un dono inaspettato, una folata di vita che porta echi e profumi di esistenze lontane, impensate. È così che ho scoperto l’esistenza di Seni Camara, una scultrice senegalese che vive a Bignona, dove, a un banchetto di verdure al mercato, insieme ai pomodori e alle melanzane, vende i suoi lavori di dimensioni più piccole, del tutto indifferente al fatto che le sue opere siano state esposte al Beaubourg di Parigi, suscitando l’ammirazione dalla grande scultrice Louise Bourgeois.

La mia amica Paola Mattioli – fotografa milanese famosa per i suoi ritratti – era tornata ormai già da qualche giorno da un viaggio in Senegal, ma non riuscivo a vederla: era scomparsa nel suo studio fotografico, intenta in quelle cose che siamo abituati a chiamare sviluppo, ingrandimento, ma che sono forse riti di evocazione, sortilegi sulfurei che fanno riapparire immagini e volti trasformando in narrazione incontri altrimenti destinati a restare nella memoria di chi li ha vissuti. Poi, una sera, Paola si presenta con una cartella e dispone sul tavolo, a coppie, una dozzina di fotografie in bianco e nero che ritraggono una donna africana di età indefinibile il cui volto pare scavato nella pietra, e le sue sculture in terracotta che sprigionano un misterioso legame con un passato ancestrale. Subito si rivela un mondo che invade la stanza, che cancella il qui e l’ora. Le immagini di Paola evocano contrasti stridenti, accendono il desiderio di ripercorrere il viaggio che l’ha condotta nella regione della Casamance. Inizia così un racconto che, proprio come le sculture totemiche di Seni Camara, si sdoppia e si moltiplica. «Seni cuoce le sue terrecotte in una buca nel bosco, secondo riti sciamanici a cui nessuno può assistere» dice infatti Paola, ricordandomi con questo la sua recente sparizione nel laboratorio fotografico, «ma di questo dovresti parlare con Sarenco; è stato lui a condurmi da Seni».

Entra così in scena un altro personaggio, che conoscerò qualche giorno dopo; un artista e mercante d’arte africana contemporanea che vive gran parte dell’anno in Kenya, dove è diventato musulmano e ha sposato tre mogli, la più giovane delle quali vive a Dakar. La narrazione di Paola Mattioli e quella di Sarenco, all’insaputa l’una dell’altro, cominciano nello stesso modo: entrambi sanno che è stato il caso a condurli in Africa, da Seni Camara, ed entrambi si sono abbandonati a seguirlo, in un’esperienza che assume i contorni di un viaggio iniziatico.

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