Tra scrittura e libertà: recensione della Stampa

“La Stampa”, 10 dicembre 2010

La voce dei Nobel

di MARIO BAUDINO

In un libro i discorsi dei vincitori alla consegna dei premi per la Letteratura. La cerimonia diventa un modo per riflettere su che cosa si scrive e per chi

Cominciò con un «discorso del banchetto», un breve indirizzo di saluto; poi, a poco a poco, si trasformò in quello che ora conosciamo: una lezione impegnativa sulla letteratura e sulle proprie esperienze, uno sforzo di verità, il momento alto nella laboriosa cerimonia del premio Nobel per la letteratura. Oggi a Oslo si consegna quello per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, senza il premiato e senza i famigliari, tutti arrestati in Cina, e senza molte delegazioni internazionali, assenti per non dispiacere al regime comunista. È ovvio che in una situazione come questa lo stretto legame fra Nobel per la pace e diritti umani venga esaltato. Ma non riguarda solo Oslo. Anche il premio per la letteratura – che come tutti gli altri si consegna invece a Stoccolma – ha avuto negli anni una forte connotazione sociale e politica. È certo vero che non tutti gli scrittori più importanti sono stati premiati in Svezia, e non tutti i premiati erano scrittori così importanti, ma resta indubbio che al momento solenne del discorso di accettazione ognuno ha fatto del suo meglio. I discorsi dei Nobel, di cui pubblichiamo sotto alcuni stralci, raccontano non solo la letteratura di un secolo e oltre (il premio nasce nel 1901, com’è noto dal lascito di Alfred Nobel, l’industriale che inventò e produsse per primo la dinamite) ma soprattutto il sentimento dominante di epoca in epoca tra gli intellettuali, forse col filo comune di un costante senso di colpa dell’Occidente, cui si sottraggono in pochi, uno per tutti Saul Bellow. Le edizioni San Raffaele hanno pubblicato in un libro (Tra scrittura e libertà) i 38 testi più significativi, da Anatole France (1921) a Herta Mueller (2009). E la curatrice Daniela Padoan, analizzandoli nella bella introduzione, si chiede che cosa ci raccontino, letti nel loro insieme. Risponde con un’ipotesi affascinante: «Si potrebbe dire che lo stesso premio Nobel nasca dalla necessità di ammansire l’angoscia tra gli uomini». Forse è vero, come disse il poeta Czeslaw Milosz nel 1980, che «la letteratura impedisce che l’uomo si trasformi in una cosa».


THOMAS MANN /1920
San Sebastiano è tedesco
Non sono cattolico, Signore e Signori. La mia tradizione, come probabilmente quella di tutti i presenti, è quella dell’immediatezza protestante del dio. Ho tuttavia un santo prediletto, e voglio dire il suo nome: si tratta di San Sebastiano. Lo sapete: quel giovane al palo, cui strali e frecce premono a ogni lato, e che sorride nella sofferenza. Grazia nella sofferenza – questo eroismo è ciò che San Sebastiano simboleggia. L’immagine può essere azzardata, ma sono tentato di prendere in considerazione un simile eroismo per lo spirito tedesco, per l’arte tedesca, e a supporre che l’avvenuta onorificenza del mondo all’opera letteraria tedesca attenga a questo sublime eroismo.

BERTRAND RUSSELL /1950
Virtù e guerra
Se gli uomini agissero nel proprio interesse – il che non è, con l’eccezione di pochi virtuosi – l’intera specie umana coopererebbe. Non ci sarebbero più guerre.

ALBERT CAMUS /1957
I doveri dello scrittore
Al tempo stesso, il ruolo dello scrittore non può separarsi da difficili doveri. Per definizione, non può mettersi al servizio di quelli che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. Altrimenti eccolo solo e privato della sua arte. Tutti gli eserciti della tirannia, con i loro milioni di uomini, non lo strapperanno alla solitudine, soprattutto se si adatterà a tenere il loro passo. Ma il silenzio di un prigioniero sconosciuto, abbandonato alle umiliazioni all’altro capo del mondo, sarà sufficiente a far uscire lo scrittore dal suo esilio, se non altro tutte le volte che, in mezzo ai privilegi della libertà, riuscirà a non dimenticare quel silenzio e saprà comunicarlo facendolo riecheggiare per tramite dell’arte.

IVO ANDRIC /1961
Un bambino nel buio
Si direbbe che, dallo stile della leggendaria ed eloquente Sheherazade in avanti il racconto serva a far pazientare il carnefice, a sospendere l’ineluttabile arresto del destino che ci minaccia, e a prolungare l’illusione della vita e della sua durata. O forse lo scrittore deve, attraverso la sua opera, aiutare l’uomo a concedersi e a riconoscersi? Forse la sua vocazione è parlare in nome di tutti coloro che non hanno saputo, o che, schiacciati dalla vita, non hanno potuto esprimersi? O non sarà piuttosto che lo scrittore racconta a se stesso la sua storia come un bambino che canta nel buio per ingannare la paura?

SARTRE: IL NO IN UNA LETTERA /1964
Troppo tardi, lo rifiuto
Durante la guerra d’Algeria quando abbiamo firmato il «Manifesto dei 212», avrei accettato il premio con riconoscimento perché non avrebbe onorato solo me, ma la libertà per cui si lottava.
Ma questo non è successo ed è solo alla fine della guerra che mi si è assegnato il premio.

ALEXANDR SOLZENICYN /1970
Siamo comunque complici
Uno scrittore non è il giudice distaccato dei suoi compatrioti e contemporanei; è un complice di tutto il male commesso nella sua patria o dai suoi connazionali. E se i carri armati della sua madrepatria hanno inondato l’asfalto di una capitale straniera, gli schizzi macchiano per sempre il volto dello scrittore. Se una notte fatale hanno strangolato nel sonno il suo amico fiducioso, i palmi delle sue mani porteranno i segni della corda.

PABLO NERUDA /1971
La mia poesia è dolorosa
Oggi sono cent’anni esatti da che un povero e splendido poeta, il più atroce dei disperati, scrisse questa profezia: A l’aurore, armés d’une ardente patience, nous entrerons aux splendides Villes. (All’alba, armati di un’ardente pazienza, entreremo nelle città splendide).
Credo in questa profezia di Rimbaud, il Veggente. Vengo da un’oscura provincia, da un paese separato da tutti gli altri da una geografia tagliente. Fui il più abbandonato fra i poeti e la mia poesia è stata regionale, dolorosa e piena di pioggia. Ma ho sempre creduto nell’uomo. Non ho mai perso la speranza. Forse è per questo che sono arrivato fin qui con la mia poesia, e anche con la mia bandiera. In conclusione, devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l’intero avvenire è racchiuso in quel verso di Rimbaud: solo con un’ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.

SAUL BELLOW/1976
Ci aspettano nella quiete
Il bene e il male non sono distribuiti simmetricamente, per linee politiche. Credo di aver chiarito il mio punto di vista: siamo esposti ad ansie di ogni genere. Il declino e la caduta di ogni cosa è il nostro timore quotidiano; siamo inquieti nella vita privata e tormentati dagli interrogativi in quella pubblica. E l’arte e la letteratura, come se la passano? Bè, il frastuono che ci circonda è violento, ma non ne siamo del tutto soggiogati. Siamo ancora capaci di pensare, di discernere, di sentire. Le attività più pure, più sottili, più alte non hanno capitolato davanti alla furia e all’insensatezza. Non ancora. I libri continuano a essere scritti e letti. Può essere più difficile raggiungere la mente turbinante di un lettore moderno, ma è possibile penetrare attraverso il rumore fino alla zona di quiete e, una volta là, scoprire che ci stava devotamente aspettando.

IOSIF BRODSKIJ /1987
Il male è un cattivo stilista
La scelta estetica è una faccenda strettamente individuale e l’esperienza estetica è sempre un’esperienza privata. Ogni nuova realtà estetica rende ancora più privata l’esperienza individuale; e questo tipo di privatezza, che assume a volte la forma del gusto (letterario o d’altro genere), può già di per sé costituire, se non una garanzia, almeno un mezzo di difesa contro l’asservimento. Infatti un uomo che ha gusto, e in particolare gusto letterario è già più refrattario ai ritornelli e agli incantesimi ritmici propri della demagogia politica in tutte le sue versioni. Il punto non tanto che la virtù non costituisce una garanzia per la creazione di un capolavoro; è che il male, e specialmente il male politico è sempre un cattivo stilista. Quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero – anche se non necessariamente più felice – sarà lui stesso.

V.S. NAIPAUL /2001
Il gergo crea solo nemici
Una trentina di anni fa andai in Argentina, al tempo in cui era ripresa la guerriglia. Il popolo aspettava che il dittatore di un tempo, Perón, tornasse dall’esilio. Il paese era pieno di odio. I peronisti non vedevano l’ora di saldare i conti. Uno di loro mi disse: «C’è la tortura buona e la tortura cattiva». La tortura buona era quella che si praticava nei confronti dei nemici del popolo. La tortura cattiva era quella che i nemici del popolo praticavano contro di te. Dall’altra parte si diceva lo stesso. Non c’era una vera discussione su niente. C’era soltanto passione e il gergo politico mutuato dall’Europa. Così scrissi: «Là dove il gergo trasforma le questioni vive in astrazioni e là dove il gergo finisce per competere con il gergo, il popolo non ha una causa. Ha soltanto nemici».

IMRE KERTÉSZ /2002
Auschwitz, il futuro
Perché, a mio avviso, quando affronto l’effetto traumatico di Auschwitz, vado a toccare le questioni di fondo della capacità di vita e di energia creativa dell’uomo oggi: vale a dire che, nel momento in cui rifletto su Auschwitz, forse paradossalmente il mio pensiero verte, piuttosto che sul passato, sul futuro.

La Stampa, 10 dicembre 2010

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