Fleur Jaeggy, “Un viaggio nei doni inattesi dell’assenza”

Intervista di Daniela Padoan

“il manifesto”, 11 luglio 2002

Nello stratificarsi dei discorsi critici che sempre rischiano di farsi luogo comune attorno ai grandi scrittori, lo stile severo ed essenziale della narrazione di Fleur Jaeggy è raccontato come un incalzare di frasi brevi, fredde, implacabili. Eppure, più che una cifra stilistica, il suo modo espressivo sembra mostrare l’assenza di orpelli del testimone; di chi, avendo toccato un punto irrevocabile di conoscenza del male, non può che tacere o compiere lo sforzo di circoscriverlo con parole. D’altra parte, si legge in una delle ultime pagine di Proleterka, la verità è nuda come un cadavere lavato. Quasi che l’essenzialità le sia connaturata, l’ultimo libro di Fleur Jaeggy è uscito a sette anni di distanza dal precedente, e dunque, come tutti gli altri, intervallato da una lunga assenza.

L’infanzia sembra ricorrere nella sua scrittura come il momento in cui vengono gettati i dadi, in cui il gioco dell’esistenza si inscrive in quell’ orizzonte che lo sguardo abbraccerà per sempre.

Sì, credo che l’infanzia sia un momento molto importante, in cui si percepisce già quasi tutto il mondo, si vede tutto, ci si accorge di tutto. In seguito abbiamo l’impressione di dimenticarcene, ma poi queste cose tornano. Tutto si svolge nell’infanzia e nell’adolescenza. Quello che succede dopo è molto meno importante, perché nei bambini c’è un aspetto visionario.

Nel libro il padre è come «una fiaba romantica del gelo».

Ho visto Johannes come una figura piuttosto distante, gli occhi chiari, una persona che ha perso la fortuna della propria famiglia, costretta a vedere la figlia poche volte all’anno. La sola volta in cui i due si vedono più a lungo è durante un viaggio in Grecia, che dura quattordici giorni. Non sono mai stati insieme tanto tempo, dunque lì potrebbero conoscersi, però questo non succede. Forse tra alcuni esseri umani c’è una conoscenza superiore alla parentela o ai vincoli di sangue.

La conoscenza sembra qualcosa che non deve essere cercata in modo diretto, qualcosa da cui la protagonista si difende come da un’intrusione. Nel libro lei dice: «Non avrò altre occasioni di conoscere mio padre. Evito di sapere, come se fosse l’unico modo di sapere.»

La protagonista si difende, certo, e vuole vivere, ma è circondata dalle ombre del passato che visitano questo viaggio. Una serie di spettri che tentano di non farla vivere. Invece lei vive… E’ sempre un po’ difficile per me spiegare un libro, soprattutto dopo averlo scritto; mi è quasi più facile spiegare qualcosa che non è ancora stato scritto, che rimane nell’immaginario.

L’assenza della madre viene patita in modo diverso dalla protagonista. E’ un’assenza più originaria, più profonda. Una figura con cui dialoga solo attraverso il possesso del pianoforte che le è appartenuto.

La madre non c’è quasi mai in questa storia. Tutto gira attorno al padre, anche quando si parla delle donne della famiglia materna che tentano di nuocergli. Tre generazioni di donne che si prendono cura con passione vorace dei propri fiori, e che, insieme all’amore per il giardinaggio, coltivano un profondo astio verso il genere maschile.

Quasi una genealogia dell’odio nei confronti degli uomini.

In questa famiglia c’è una sorta di odio verso il genere maschile, ma la figlia non se ne lascia influenzare. Lei non è come loro.

Com’è, allora?

Non ha neppure un nome. Qua e là dice qualcosa di sé, ma non mi sembra che si faccia conoscere. E’ un personaggio che si sottrae continuamente alla conoscenza.

E’ come se ai personaggi di questo libro mancasse una sorta di grammatica degli affetti.

Sì, è un libro sulla disaffezione.

Leggendo il suo libro vengono in mente quelle che Ingeborg Bachmann chiamava le «cause di morte», quelle incolpevoli crudeltà che uccidono.

Se ci penso attentamente nessuno ha colpe. Forse l’unica lieve colpa ce l’ha l’uomo che rivela alla figlia di essere il suo vero padre. Questa pretesa della verità potrebbe essere una colpa. Vuole passare più o meno indenne dalla vita alla morte, mettendo a posto le cose che crede vere. Questa ostentazione finale di dire la verità potrebbe essere una colpa.

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