Tra scrittura e libertà: recensione del Messaggero

“Il Messaggero”, 9 gennaio 2011

La parola ai Nobel. Innamorati del mondo, nonostante la storia

di RENATO MINORE

In un libro i discorsi pronunciati dai vincitori del Premio davanti all’Accademia di Svezia. Sono vere e proprie “lezioni” sul significato dello scrivere

Prima, con Bergson, Camus, Andric, Steinbeck, Faulkner, erano semplici “discorsi del banchetto” che spezzavano l’agape della ceerimonia. Poi, con Singer, Belllow, Marquez, Soyinka, Lessing, Gordimer, Walcott fino alla Muller, a Saramago, a Vargas Llosa sono diventate vere e proprie lezioni pronunziate di fronte all’Accademia di Svezia. In ogni caso, le parole che ogni anno i Nobel della letteratura dicono in occasione della consegna del premio più prestigioso al mondo sono un’occasione unica per riflettere sul perchè e per chi si scrive attraverso la testimonianza di quel prodigioso “bosco parlante” di cui parla Octavio Paz, dove ciascun poeta ha piantato un albero diverso.

Trentotto di questi discorsi, soprattutto quelli che “sembrano privilegiare un sentimento di responsabilità verso gli uomini”, li leggiamo per la prima volta o li rileggiamo nel volume Tra scrittura e libertà (Editrice San Raffaele, 460 pagine, 21 euro). Attraverso la voce di uomini e donne per i quali “la bellezza della parola è ricerca essenziale”, il secolo che abbiamo alle spalle torna sulla scena, con i suoi tanti orrori, dai lager nazisti ai gulag, da Hola Camp a Guantanamo, dall’apartheid alla rivoluzione culturale. Da più punti di vista, la letteratura si rivela l’antidoto di cui parla Brodskij contro tutti i tentativi di dare una soluzione totalitaria di massa ai problemi dell’esistenza umana. Perché “per uno che ha letto molto Dickens, sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea, è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non lo ha letto mai”. Sono parole, ben scrive nella intensa prefazione la curatrice Daniela Padoan, che si tengono in bilico su una corda sottile, sempre sul punto di rompersi, tra la necessità di permanenza etica della storia e la necessità della parola poetica. Perché, come disse Derek Walcott nel suo discorso, “il destino della poesia è di innamorarsi del mondo, nonostante la Storia”. Delle forme di questo amore seppero dire cose davvero essenziali una poetessa come Wislawa Szimborska, nel 1996, e uno scrittore come Saul Bellow, venti anni prima, dai cui discorsi pubblichiamo alcuni stralci.


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