Aharon Appelfeld, “L’amore, d’improvviso”

“Saturno – Il Fatto Quotidiano”, 8 aprile 2011

PERCORSI

L’infinita tribù dei senza terra

di DANIELA PADOAN


“Mentre ci riuniamo, in questa sala elegante e ben illuminata, in questa fredda sera di dicembre, per discutere sulla sorte dello scrittore in esilio, soffermiamoci per un minuto a immaginare alcuni di coloro che, per ovvie ragioni, non ce l’hanno fatta a mettere piede in questa sala” disse Iosif Brodskij nel 1987, nel corso di una conferenza dal titolo La condizione che chiamiamo esilio. Parlava dello spaesamento dei Gastarbeiter turchi in Germania, dei boat people vietnamiti sballottati in mare, delle folle di etiopi che cecavano di sfuggire alla carestia attraversando il deserto. Uno scenario sorprendentemente simile – per quanto ogni volta percepito come emergenziale, biblico – fa da sfondo, in questi giorni, a ogni possibile riflessione sull’esilio.

Esule è colui che è ex solo, bandito o fuggito dal suolo. Nella seconda metà del Novecento, le dittature e le guerre che hanno funestato pressoché ogni continente hanno bandito o costretto alla fuga masse innumerevoli di esseri umani.  La Seconda guerra mondiale, nel suo aspetto di guerra ai civili, è stata una fucina di sfollati, deportati, Displaced Persons: un esperimento a cielo aperto di sradicamento, trasferimento coatto, ridefinizione di confini e di appartenenze culturali e linguistiche entro quelle labili entità che sono gli stati e le nazioni. E se nei secoli non si contano gli scrittori esiliati, nel Novecento la lista diventa vertiginosa.

L’esilio, anche quello più dorato, «sa di sale», come ben sapeva Dante. Una «condizione abnorme, malata, quando il proprio paese diventa la terra più profondamente straniera, nemica e inquietante!» disse Thomas Mann nel corso di una conferenza tenuta a Washington nella drammatica estate del 1943, dieci anni dopo aver abbandonato la Germania, dove non avrebbe mai più messo piede.

C’è però una condizione dell’esilio che potremmo definire assoluta. Ancora una conferenza (molti scrittori, tra cui Vladimir Nabokov, ci hanno reso familiare la figura del conferenziere esule), tenuta a Monaco di Baviera nel 1966 da Imre Kertész, nell’ambito di un ciclo intitolato Chi non ha più una casa. Discorso sul proprio paese: «Un anno fa, in questa stessa sala, sono stati pronunciati quattro discorsi, e due dei quattro relatori – Fritz Beer e Georg Tabori – hanno iniziato il “discorso sul proprio paese” annunciando che non esiste un luogo che potrebbero definire così. Questi due autori, però, hanno avuto la fortuna, ovvero la premonizione, che avrebbero potuto lasciare la loro terra natia prima del tempo, prima che in essa, a causa della loro origine, del loro modo di pensare o di ambedue i motivi, li incarcerassero o li uccidessero. Questa volta davanti a voi c’è un relatore che ai tempi è stato consegnato dalle autorità legali del suo paese – l’Ungheria – in forma di merce sigillata, a una potenza straniera, secondo gli accordi interstatali, con l’esplicito intento di farlo uccidere. […] “Chi non ha più una casa, ormai non può più costruirla”. Suona così un verso di Rilke. A volte, mi sembra che lo abbia scritto indirizzandolo proprio a me».

Il Novecento ha prodotto una nuova figura di esule, un esule assoluto, esiliato da se stesso e dalla propria nascita, per il quale non è pensabile alcun ritorno; chi ha subito lo sterminio della propria gente non ha più una terra, un luogo, una casa natale, una lingua madre; non ha tombe, se non dentro di sé. Convive con la consapevolezza che solo nel magma doloroso della propria memoria può tentare di afferrare un bandolo che lo riporti a giorni di festa dell’infanzia, carezze materne, profumi di cibo.

Aharon Appelfeld è uno di questi esuli: la sua famiglia, la sua lingua, persino le coordinate geografiche della sua origine sono state cancellate con un gesto di irredimibile violenza. Il suo ultimo libro tradotto in italiano, L’amore, d’improvviso, contiene tutta la sua poetica, i suoi temi più cari: i fantasmi della notte, la difficoltà del ricordo e la tentazione dell’oblio, la difficile trasmissione della memoria, la ferita della lingua esiliata, sterminata, e il cammino verso l’ebraico della Torah, lingua originaria della tribù. Ma più saldo è qui il bisogno di definire l’abbraccio che riporti alla schiatta degli scomparsi, per giungere a una comune appartenenza, questa volta non determinata dalla casualità della nascita, ma dalla scelta.

Due vite segnate dalla Shoah, quelle dei suoi protagonisti. Ernest, originario della Bucovina, profugo in Israele, malato e solo, si affida con diffidenza alle cure di Irena, una donna che ha la metà dei suoi anni, messa al mondo dopo la Liberazione da due sopravvissuti di Auschwitz. Irena è uno dei personaggi lunari cari ad Appelfeld, poveri di parola, incapaci di speculazione, aderenti al vero, integri nei gesti. Irena vede. Vede i genitori. Non li ha mai persi di vista, dopo la loro morte. Ernest invece li ha persi; aveva voluto perderli fin da ragazzo, quando, irritato dal loro silenzio apparentemente meschino, aveva aderito all’ideologia dei soviet ed era diventato un commissario politico incaricato della “questione ebraica”, prima che a “farsene carico” fossero i soldati rumeni e tedeschi. L’amore di Ernest per Irena sarà un ritorno ai genitori e a quella tribù che aveva voluto estirpare. Un ritorno al loro silenzio, ora accolto come nobiltà. Il libro stesso è una meditazione sul silenzio, custodito in sé, liberato dalle parole, perché si faccia ascolto dei morti, di quella comunità da cui non siamo separati. Difficile, anche qui, non sentire la voce di Rilke: «Ma i vivi errano, tutti,/ ché troppo netto distinguono./ Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno/ se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente/ sempre trascina con sé per i due regni ogni età,/ e in entrambi la voce più forte è la sua».

Nel libro, Ernest ha un incubo. Vede il fiume Bug, e dentro i suoi genitori, la moglie e la figlia. «Per un momento gli era sembrato che stessero facendo il bagno in acque calme. Da tutte le parti nuotavano persone che aveva conosciuto da vicino ma di cui non ricordava i nomi. Per un attimo era stato sul punto di rivolgersi a loro come faceva da commissario, alla folla, il Primo maggio o nell’anniversario della Rivoluzione, e dire: Compagne e compagni, siamo vicini al giorno in cui voi, che vivete nell’eternità del fiume Bug, e noi che siamo sulle rive, ci mescoleremo e non ci sarà più alcuna barriera tra noi. Poi si era svegliato, e aveva preso la mano di Irena».

Aharon Appelfeld, L’amore, d’improvviso, tr. it. di Elena Loewenthal, Guanda 2011

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