Vasilij Grossman, “Il bene sia con voi!”

“Saturno – Il Fatto Quotidiano”, 6 maggio 2011

PERCORSI

Brindisi con l’armeno

di DANIELA PADOAN


Una continua interrogazione morale di fronte all’estremo, un’interrogazione tolstojana messa alla prova dei campi di sterminio nazisti, dei gulag sovietici, delle deportazioni di massa, dell’inesplicabile trasformazione di uomini miti in delatori e assassini. Ecco Il bene sia con voi!, raccolta di otto racconti scritti tra il 1943 e il 1963 da Vasilij Grossman.

«Le pecore hanno gli occhi chiari – acini d’uva e di vetro. Le pecore hanno un profilo umano – ebreo, armeno, misterioso, indifferente, stupido. Sono millenni che i pastori guardano le pecore. Le pecore guardano i pastori, e ormai hanno preso a somigliarsi. È come se gli occhi delle pecore guardassero gli uomini in un modo particolare, con uno sguardo assente, vitreo; gli occhi dei cavalli, dei cani e dei gatti li guardano diversamente, gli uomini… E con quello stesso sguardo colmo di disgusto e assente gli abitanti del ghetto avrebbero guardato i loro carcerieri della Gestapo, se i ghetti fossero esistiti da cinquemila anni e se ogni giorno di quei cinque millenni gli uomini della Gestapo avessero prelevato vecchi e bambini per sterminarli nelle camere a gas».

È a questa radicale solidarietà con tutto ciò che vive che Vasilij Grossman perviene alla fine della sua vita, isolato socialmente, minato nel fisico, provato dalle difficoltà economiche, reso muto come scrittore. Per colui che, dieci mesi dopo la liquidazione di Treblinka, aveva per primo calpestato la distesa di lupini messi a dissimulare le ceneri e i resti dei corpi attorno a una falsa fattoria costruita con le macerie delle camere a gas, quello sguardo vitreo è diventato parlante. È lo sguardo di chi non può essere racchiuso nella parola vittima.

Nell’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, l’incontro con il popolo il cui genocidio inaugura il Novecento è segnato, fin dall’arrivo alla stazione, dall’incombere della colossale statua di Stalin che, detestata, domina l’Armenia dalla montagna alle spalle di Erevan. È però in quel paese luminoso, nelle vicinanze dell’Ararat «la montagna più importante per il genere umano, la montagna della fede», che Grossman viene invitato a un povero matrimonio contadino, dove a un tratto il carpentiere del kolchoz si alza e gli rivolge un brindisi pieno di affetto, al quale si unisce l’intera comunità. Con grande semplicità, l’uomo «dice della pietà, dell’amore che prova per le donne e i bambini ebrei uccisi nelle camere a gas di Auschwitz. Dice di aver letto i miei reportage di guerra, quelli dove parlo degli armeni, e di aver pensato che a scriverli fosse stato il figlio  di un popolo che aveva molto sofferto. E dice ancora che gli piacerebbe che un figlio del popolo martire armeno scrivesse degli ebrei. E che per questo leva il suo bicchiere di vodka».

Le ultime parole di Grossman, quelle con cui conclude il racconto e la sua opera, saranno: «Barev dzes – il bene sia con voi, armeni e non armeni!»

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