La costruzione della testimonianza tra storia e letteratura

in A. Chiappano (a cura di), Essere donne nei lager, Giuntina 2010

«La critica storica» dice Paul Veyne, «ha per unica funzione quella di rispondere al seguente quesito, postole dallo storico: io giudico che questo documento mi apprende la tale cosa; posso sotto questo riguardo dargli fiducia?» Fiducia rispetto al suo essere vero, perché, se la storia è aneddotica – dice ancora Veyne – e interessa raccontando, similmente al romanzo, essa è racconto di avvenimenti veri. Che la fiducia sulla verità della testimonianza possa darsi solo a condizione di poggiare sul lavoro della storiografia, capace di delimitare un territorio che non ci faccia precipitare nella menzogna o, peggio ancora, nella perdita del concetto che «questo è stato», è evidente; ma il lavoro della storiografia diviene a sua volta impensabile senza le testimonianze, ovvero senza l’offrirsi di un racconto che appare perlomeno impervio voler piegare a una misura di scientificità. Sono più affidabili – tenendoci dunque al concetto di fiducia – le pure sbobinature e trascrizioni di interviste? Sono convinta di no, perché per giungere alla scrittura di una testimonianza è essenziale l’instaurarsi di un patto di fiducia tra colui che narra e colui che ascolta al fine di giungere assieme al lavoro della scrittura (e per scrittura intendo, in certo modo, anche la necessaria costruzione visiva di un documentario, fatto di testo e paratesto).

È sufficiente che, nel caso di autori come Primo Levi, Jean Améry o Charlotte Delbo, per fare un esempio, le figure di testimone e scrittore coincidano, per considerare le loro opere attendibili dal punto di vista scientifico? Qualcuno avrebbe chiesto loro una rassicurazione sul proprio essere fonti? È proprio Levi a dire, a proposito dei Sommersi e i salvati: «questo stesso libro è intriso di memoria: per di più, di una memoria lontana. Attinge dunque a una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso».

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