Città del libro 2010 – “Eroi di carta”

Lecce, sabato 27 novembre 2010

Città del Libro 2010, Rassegna nazionale degli autori ed editori, XVI edizione

Sala Centro Servizi, Campi Salentina, ore 18

Daniela Padoan presenta il libro Tra scrittura e libertà. I discorsi dei Premi Nobel per la letteratura

Rosella Santoro dialoga con l’autrice
Ippolito Chiarello legge i testi

www.cittadellibro.net

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Nadine Gordimer, “Ritratto di un clandestino”

Intervista di Daniela Padoan

“il manifesto”, 30 giugno 2002

Julie, ragazza bianca e ricca di Johannesburg, rimasta in panne in mezzo al traffico, aggancia Abdu, il meccanico arabo dell’officina a cui si rivolge in cerca di aiuto. Ancor prima di vedere il suo bel viso olivastro, di incontrare lo sguardo distratto dei suoi grandi occhi neri, è attratta dal suo corpo sdraiato e mezzo nascosto che esce sinuoso da sotto la scocca dell’automobile che sta riparando. Questa la scintilla da cui prende avvio la storia, anche se in realtà l’ultimo romanzo di Nadine Gordimer, L’aggancio propone fin dal titolo il gioco di un doppio spiazzamento: pickup, nel senso di rimorchiare una persona, ma anche di trainare un’automobile. Il racconto dice di uno scambio tra i due in cui fino all’ultimo non si sa chi sia ad aver agganciato l’altro, anche se – sostiene Nadine Gordimer – tutti finiscono per muoversi da soli verso se stessi. Come in un doppio sogno, tanto Abdu che Julie agiscono sulla spinta di una mancanza: quel che li muove è il desiderio di qualcosa che esorbiti l’orizzonte soffocante del proprio mondo di appartenenza. Lui fugge da uno di quei paesi dove non si riesce a distinguere la religione dalla politica e dove le forme della persecuzione sono inscindibili dalla povertà, che diventa a sua volta persecuzione. Lei fa parte di una famiglia e di un ambiente di cui disprezza i privilegi, e frequenta un ristretto circolo di intellettuali liberal e bohèmien, orgogliosi di mostrare la loro estraneità ai pregiudizi razziali pur vivendo in un paese che da non molto si è liberato dall’apartheid. E, tuttavia, si ritrovano ad essere altrettanto prigionieri di rituali di appartenenza e di esclusione.

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Fleur Jaeggy, “Un viaggio nei doni inattesi dell’assenza”

Intervista di Daniela Padoan

“il manifesto”, 11 luglio 2002

Nello stratificarsi dei discorsi critici che sempre rischiano di farsi luogo comune attorno ai grandi scrittori, lo stile severo ed essenziale della narrazione di Fleur Jaeggy è raccontato come un incalzare di frasi brevi, fredde, implacabili. Eppure, più che una cifra stilistica, il suo modo espressivo sembra mostrare l’assenza di orpelli del testimone; di chi, avendo toccato un punto irrevocabile di conoscenza del male, non può che tacere o compiere lo sforzo di circoscriverlo con parole. D’altra parte, si legge in una delle ultime pagine di Proleterka, la verità è nuda come un cadavere lavato. Quasi che l’essenzialità le sia connaturata, l’ultimo libro di Fleur Jaeggy è uscito a sette anni di distanza dal precedente, e dunque, come tutti gli altri, intervallato da una lunga assenza.

L’infanzia sembra ricorrere nella sua scrittura come il momento in cui vengono gettati i dadi, in cui il gioco dell’esistenza si inscrive in quell’ orizzonte che lo sguardo abbraccerà per sempre.

Sì, credo che l’infanzia sia un momento molto importante, in cui si percepisce già quasi tutto il mondo, si vede tutto, ci si accorge di tutto. In seguito abbiamo l’impressione di dimenticarcene, ma poi queste cose tornano. Tutto si svolge nell’infanzia e nell’adolescenza. Quello che succede dopo è molto meno importante, perché nei bambini c’è un aspetto visionario.

Nel libro il padre è come «una fiaba romantica del gelo».

Ho visto Johannes come una figura piuttosto distante, gli occhi chiari, una persona che ha perso la fortuna della propria famiglia, costretta a vedere la figlia poche volte all’anno. La sola volta in cui i due si vedono più a lungo è durante un viaggio in Grecia, che dura quattordici giorni. Non sono mai stati insieme tanto tempo, dunque lì potrebbero conoscersi, però questo non succede. Forse tra alcuni esseri umani c’è una conoscenza superiore alla parentela o ai vincoli di sangue.

La conoscenza sembra qualcosa che non deve essere cercata in modo diretto, qualcosa da cui la protagonista si difende come da un’intrusione. Nel libro lei dice: «Non avrò altre occasioni di conoscere mio padre. Evito di sapere, come se fosse l’unico modo di sapere.»

La protagonista si difende, certo, e vuole vivere, ma è circondata dalle ombre del passato che visitano questo viaggio. Una serie di spettri che tentano di non farla vivere. Invece lei vive… E’ sempre un po’ difficile per me spiegare un libro, soprattutto dopo averlo scritto; mi è quasi più facile spiegare qualcosa che non è ancora stato scritto, che rimane nell’immaginario.

L’assenza della madre viene patita in modo diverso dalla protagonista. E’ un’assenza più originaria, più profonda. Una figura con cui dialoga solo attraverso il possesso del pianoforte che le è appartenuto.

La madre non c’è quasi mai in questa storia. Tutto gira attorno al padre, anche quando si parla delle donne della famiglia materna che tentano di nuocergli. Tre generazioni di donne che si prendono cura con passione vorace dei propri fiori, e che, insieme all’amore per il giardinaggio, coltivano un profondo astio verso il genere maschile.

Quasi una genealogia dell’odio nei confronti degli uomini.

In questa famiglia c’è una sorta di odio verso il genere maschile, ma la figlia non se ne lascia influenzare. Lei non è come loro.

Com’è, allora?

Non ha neppure un nome. Qua e là dice qualcosa di sé, ma non mi sembra che si faccia conoscere. E’ un personaggio che si sottrae continuamente alla conoscenza.

E’ come se ai personaggi di questo libro mancasse una sorta di grammatica degli affetti.

Sì, è un libro sulla disaffezione.

Leggendo il suo libro vengono in mente quelle che Ingeborg Bachmann chiamava le «cause di morte», quelle incolpevoli crudeltà che uccidono.

Se ci penso attentamente nessuno ha colpe. Forse l’unica lieve colpa ce l’ha l’uomo che rivela alla figlia di essere il suo vero padre. Questa pretesa della verità potrebbe essere una colpa. Vuole passare più o meno indenne dalla vita alla morte, mettendo a posto le cose che crede vere. Questa ostentazione finale di dire la verità potrebbe essere una colpa. Continua a leggere

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Ruth Klüger, “Senza un altrove”

Intervista di Daniela Padoan

“il manifesto”, 25 ottobre 2005

Vivere ancora, l’autobiografia di Ruth Klüger – un classico della letteratura di testimonianza della Shoah pubblicato dieci anni fa da Einaudi – da molto tempo non era più andato in ristampa. Fatto incomprensibile, se si pensa che in Germania la prestigiosa casa editrice Reclam ha pubblicato un libro di commenti e documenti su questo testo, come è d’uso con i classici. A colmare un’imbarazzante lacuna ha pensato l’editore SE, che lo ha recentemente dato alle stampe nella stessa, accurata traduzione di Andreina Lavagetto (pp. 240, € 19). Ruth Klüger, nata a Vienna, aveva 7 anni quando, nel 1938, Hitler proclamò l’Anschluss. A 12 anni venne deportata a Theresienstadt e poi ad Auschwitz. Dopo la liberazione si trasferì negli Stati uniti, dove divenne docente di germanistica in prestigiose università della California. Oltre alla sua autobiografia, ha scritto preziosi saggi sulla letteratura tedesca.

In apertura del suo libro scrive che “la fuga è sempre la cosa più bella”. E, più avanti, “Vienna è stata il primo carcere da cui non sono riuscita a fuggire”. Cos’è la fuga, nella sua vita?

Quando, ormai da anni negli Stati uniti, ho cominciato questo libro, ho voluto scriverlo in tedesco, e ogni volta che non trovavo le parole, chiedevo alla bambina austriaca che era in me di ricordarmele. In fin dei conti, è vero, non sono mai andata via da Vienna, è una città dalla quale non sono mai davvero scappata, ma al tempo stesso non posso stare troppo a lungo in un posto, forse perché non mi sono mai sentita a casa da nessuna parte. Se riesci ad andartene, puoi trovare posti migliori, e la maggior parte delle volte funziona. La nostra è stata una generazione di rifugiati, che si è spostata nel mondo come mai prima di allora; io sono solo una di quegli innumerevoli rifugiati. La fuga è diventata l’espressione del mio mondo e del periodo nel quale sono vissuta; sono interamente una persona del XX secolo. E nel XXI continueremo ad avere masse di rifugiati, intere generazioni di rifugiati.

Nel suo caso, si tratta anche di una fuga dai luoghi comuni. Il suo è un libro antiretorico, scarnificato.

Ho sempre evitato il sentimentalismo. Quello che mi fa paura, nelle persone sentimentali, è che mentono sulle cose. Credere che il mondo possa andare meglio, è fare del sentimentalismo. Certo, anch’io vorrei che le cose andassero diversamente, e quando, guardando i miei nipoti, penso a un mondo migliore per loro, divento sentimentale. Ma nel mio libro e, credo, nella mia vita, ho sempre cercato di analizzare in profondità le relazioni che le persone intrattengono tra loro, specie nell’amicizia e nella famiglia. In Vivere ancora – e questo ha dato fastidio a qualcuno – descrivo come, durante l’esperienza dei campi, le relazioni non diventassero più forti, ma continuassero invece a essere difficili e nevrotiche. La Shoah, la catastrofe, non è stata un beneficio per le relazioni familiari, è piuttosto ovvio. Eppure molta gente crede che, nelle difficoltà, gli esseri umani diventino migliori. Perché mai circostanze peggiori dovrebbero rendere migliori le persone? Auschwitz non è stata una scuola di niente, men che meno di umanità e tolleranza. Mi è capitato di parlare con uno studente tedesco che si stupiva di aver conosciuto a Gerusalemme un ebreo ungherese sopravvissuto ad Auschwitz che detestava gli arabi. Perché, ho reagito io, quell’esperienza avrebbe dovuto renderlo più tollerante? i campi di concentramento sono stati distruttivi dell’animo umano e non solo dei corpi; certo non una scuola di umanità. [...]

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Il marchio del genocidio. Voci di donne dal Ruanda

Recensione del libro di Ivana Trevisani, “Lo sguardo oltre le mille colline”

“il manifesto”, 7 aprile 2004

Il 6 aprile 1994 l’aereo sul quale volava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana venne abbattuto. Le autorità annunciarono il coprifuoco e i miliziani e i soldati governativi hutu presero il controllo della capitale Kigali. Radio Mille Collines, l’emittente radiofonica degli estremisti hutu, iniziò una metodica campagna d’odio, indicando come bersagli i cittadini tutsi, che venivano chiamati Inyenzi, «scarafaggi». Quel 6 aprile è lo stigma, il marchio impresso a fuoco con il quale si aprono tutti i racconti delle donne tutsi sopravvissute a uno sterminio che in soli tre mesi falcidiò a colpi di machete quasi un milione di persone. Ivana Trevisani, autrice di Lo sguardo oltre le mille colline - Testimonianze del genocidio in Rwanda (Baldini Castoldi Dalai, pp. 213, € 13.20) le ha incontrate nel 1996, in un viaggio difficile, in fuga ella stessa da un nodo doloroso e irrisolvibile: la malattia della madre.
«Macellazione», «barbarie», «carneficina» sono le scorciatoie semantiche, le parole convenzionali fin troppo utilizzate dai media, che etichettano il terribile allontanandolo dalla coscienza, mentre gli accadimenti – trame fatte di storie e di individui – hanno bisogno, per raggiungerci davvero, di essere raccontati con le parole di chi li ha vissuti, di chi ne è stato testimone e dunque mártyr (colui, colei che ha visto). Ivana Trevisani decide di raccontare – anzi, di farsi raccontare – il genocidio ruandese, affidandosi alle parole pacate che scorrono nella relazione cercata, amata, con altre donne.
Più di un saggio, di un trattato, di mille articoli, questi fili di esistenze formano un disegno impossibile da dimenticare. Volti che si stagliano dando senso a cifre impressionanti, episodi che, muovendo da scene comuni – un parto, un pollaio devastato, la spesa al mercato – ci conducono alla deflagrazione dell’umano senza permetterci di fingere che non ci riguardi; perché lì, in quel racconto, in quell’ascolto, ci siamo anche noi.
«Partita da `esperta’ per spendere un sapere professionale» spiega l’autrice – psicoterapeuta che ha svolto attività di formazione all’estero, soprattutto in fasi post-belliche – ben presto si rende conto che «l’apparato umanitario che elargisce, dispone, stabilisce di necessità e bisogni, impone regole sottraendosi alle relazioni, dalle barricate di un agire che nutre illusioni, crea dipendenza e fa poi precipitare nello sgomento della perdita improvvisa chi su quelle illusioni aveva cominciato a riprogrammare la propria esistenza». Continua a leggere

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Reportage “Via Lecco 9″ per RaiNews24

Il reportage documenta la vicenda di via Lecco, un edificio di quattro piani dai soffitti pericolanti, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento, senza servizi igienici, con la spazzatura ammucchiata nel cortile, dove quasi trecento persone sono riuscite a dar vita a un collettivo che è riuscito a smascherare l’assenza di una seria politica sul diritto d’asilo del comune di Milano e dello stesso governo.

Un incrocio di storie diverse e uguali: persecuzioni nei paesi di origine, carcere, guerre, talvolta torture; e poi il viaggio, l’attraversamento del deserto del Sahara, la persecuzione in Libia, la fortunosa navigazione del Mediterraneo, e finalmente l’Italia.

“Via Lecco 9” si chiude con le immagini dello sgombero, avvenuto il 27 dicembre 2005.

Reportage “Via Lecco 9″

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La costruzione della testimonianza tra storia e letteratura

in A. Chiappano (a cura di), Essere donne nei lager, Giuntina 2010

«La critica storica» dice Paul Veyne, «ha per unica funzione quella di rispondere al seguente quesito, postole dallo storico: io giudico che questo documento mi apprende la tale cosa; posso sotto questo riguardo dargli fiducia?» Fiducia rispetto al suo essere vero, perché, se la storia è aneddotica – dice ancora Veyne – e interessa raccontando, similmente al romanzo, essa è racconto di avvenimenti veri. Che la fiducia sulla verità della testimonianza possa darsi solo a condizione di poggiare sul lavoro della storiografia, capace di delimitare un territorio che non ci faccia precipitare nella menzogna o, peggio ancora, nella perdita del concetto che «questo è stato», è evidente; ma il lavoro della storiografia diviene a sua volta impensabile senza le testimonianze, ovvero senza l’offrirsi di un racconto che appare perlomeno impervio voler piegare a una misura di scientificità. Sono più affidabili – tenendoci dunque al concetto di fiducia – le pure sbobinature e trascrizioni di interviste? Sono convinta di no, perché per giungere alla scrittura di una testimonianza è essenziale l’instaurarsi di un patto di fiducia tra colui che narra e colui che ascolta al fine di giungere assieme al lavoro della scrittura (e per scrittura intendo, in certo modo, anche la necessaria costruzione visiva di un documentario, fatto di testo e paratesto).

È sufficiente che, nel caso di autori come Primo Levi, Jean Améry o Charlotte Delbo, per fare un esempio, le figure di testimone e scrittore coincidano, per considerare le loro opere attendibili dal punto di vista scientifico? Qualcuno avrebbe chiesto loro una rassicurazione sul proprio essere fonti? È proprio Levi a dire, a proposito dei Sommersi e i salvati: «questo stesso libro è intriso di memoria: per di più, di una memoria lontana. Attinge dunque a una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso».

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La costruzione della testimonianza fra storia e letteratura

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Ermanno Olmi. Il sentimento della realtà

Conosciuto in tutto il mondo per capolavori come “L’albero degli zoccoli”, “La leggenda del santo bevitore” e “Il mestiere delle armi”, Ermanno Olmi ha dichiarato di voler abbandonare il cinema di finzione per concentrarsi sulla realizzazione di documentari.

Ciò che gli sta a cuore è seguire appieno quello che definisce il “sentimento della realtà”, “perchè la realtà ci parla solo se siamo capaci di ascoltarla, di osservarla in silenzio, e allora ci dice qualcosa che non è traducibile in termini scientifici, logici o fenomenologici: ci racconta ciò che quel segmento di raltà – magari un tram che passa – ha in sè di sacro, ed è la vita che vive attraverso quel frammento”.

Dalle conversazioni con Daniela Padoan si leva cristallina la voce di un protagonista della storia del cinema che ripercorrendo i temi che hanno segnato la sua opera, guarda la traiettoria intellettuale e poetica del proprio cammino, in dialogo con una folla di amici evocati di pagina in pagina: Fellini, Bianciardi, Zavattini, Rossellini, Parise, Ungaretli, Pasolini… Ma più ancora che sul suo lavoro, a Olmi preme riflettere sul mondo che gli sta attorno, convinto della forza testimoniale dell’esistenza di ciascuno. Opinioni spesso controcorrente, talvolta radicali, dove la passione per la politica, intesa nel suo senso più alto e nobile, si fa insegnamento e salvezza.

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Un’eredità senza testamento. Inchiesta di “Fempress” sui femminismi di fine secolo

Quaderni di Via Dogana, 2001

Introduzione di Daniela Padoan

Eduardo Galeano, il grande scrittore uruguayano autore di Le vene aperte dell’America Latina, sostiene che il mondo che si dice civile e democratico, non sapendo risolvere i problemi della povertà, ha deciso di fare la guerra ai poveri.  In America latina – un continente di 416 milioni di abitanti – la politica neoliberale ha prodotto 224 milioni di poveri, di cui 90 milioni considerati “miserabili”. Proprio qui è nata la prima opposizione al libero mercato globale, prendendo le forme di una rivolta che si è posta come forma di lotta la pratica del “camminare domandando”, e che ha compreso fino in fondo che l’ordine dominante è ordine simbolico, prima ancora che economico-sociale. Proprio adesso che la mondializzazione trionfante si ritrova posta con brutalità davanti al problema dei limiti, sembra particolarmente importante dare ascolto allo sgranarsi delle diverse culture, ai linguaggi, alle invenzioni politiche non violente e alle pratiche di relazione nate in questa parte del mondo, che è il Terzo Mondo a noi più vicino per lingua e per cultura, non solo perché frutto della nostra violenta colonizzazione. Pubblicare nei Quaderni la riflessione sul femminismo di fine millennio che ci viene dal Latinoamerica assume dunque anche la valenza di rinnovare un legame, di riaprire uno scambio.

Qual è il senso del femminismo oggi? Quale la sua eredità? Attorno a queste domande si sviluppa l’inchiesta condotta da ‘Fempress’. Rispondono venti femministe latinoamericane ed europee protagoniste di trent’anni di politica delle donne e ne nasce un’articolata riflessione che fin dal titolo si presenta feconda di spunti: eredità senza testamento. Successione di beni, dunque, in un gioco dialettico che nomina e nega la morte. Corre tra le pagine un desiderio e un bisogno di voltarsi a guardare la strada percorsa, di interrogarsi sulla direzione da prendere, una fierezza e un’affermazione di sé, ma anche a uno sperdimento, un frantumarsi di interrogativi e il sospetto, il dubbio, di aver dissipato una ricchezza. Tuttavia proprio questa tendenza femminile alla dispersione di sé, questa generosità del dare senza capitalizzare, ha prodotto una fecondazione sotterranea dei linguaggi e dell’agire politico che va rammentata non per circoscriverla e rivendicarla, ma per verificare ciò che ha germinato”. Continua a leggere

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Scrivere alla luce della luna

Recensione di “Una figlia di Iside”, autobiografia di Nawal El Saadawi

“il manifesto”, 6 novembre 2002

«Fu mia madre a insegnarmi a leggere e scrivere. Scrissi per prima la parola Nawal, il mio nome. Ne amavo la forma e il significato: il dono. Quel nome divenne parte di me. Immediatamente dopo imparai a scrivere il nome di mia madre, Zaynab, che accostavo al mio in modo da renderli inseparabili». Così inizia Una figlia di Iside, l’autobiografia che Nawal El Saadawi, intellettuale e femminista egiziana, scrive a 64 anni nell’esilio americano di Duke Forest, North Carolina, quasi a segnare che la narrazione della vita di una donna non può che inscriversi nella genealogia materna (Nutrimenti, trad. di Roberta Bricchetto). «Volevo più bene a lei che a mio padre, finché lui un giorno separò i nostri due nomi e al posto di Zaynab scrisse il proprio. Non riuscivo a spiegarmene la ragione. Quando glielo chiesi rispose: “E’ la volontà di Dio”. Era la prima volta che sentivo pronunciare la parola “Dio” e venni a sapere che viveva nei cieli. Ma ciò nonostante non riuscivo ad amare l’uomo che aveva separato il mio nome da quello di mia madre, che l’aveva cancellata, come se avesse cessato di esistere. Dentro di me, il responsabile di questo misfatto era diventato Dio». La cifra delle 300 pagine del libro è già tutta in questo attacco. Il nome come dono e il linguaggio come opera materna, interrotta con l’entrata in scena del padre. L’autorità della madre spodestata da un potere dispotico, in un racconto che sembra incarnare il momento in cui, secondo Lacan, con l’accettazione del nome del padre, il bambino divenuto soggetto entra contemporaneamente nell’ordine del simbolo e del linguaggio. Nawal El Saadawi vive in Egitto fino all’età di 60 anni. Laureata a pieni voti, viene nominata direttore del ministero della sanità con delega all’assistenza per le donne ma, nel `72, in seguito alla pubblicazione del libro Women and Sex in cui si schiera contro la circoncisione femminile, perde il lavoro. Nell’81 viene incarcerata senza processo per crimini contro lo stato, nel corso di una retata che coinvolge 1600 intellettuali. La prigionia dura un mese perché Sadat viene assassinato e Mubarak, appena eletto presidente, concede a tutti la grazia. Nel `92, viene messa sulla lista nera della jihad islamica. La sua condanna a morte è scandita dai muezzin dall’alto dei minareti. Non restandole che l’esilio, si trasferisce negli Usa con il marito. Di tutto questo, però, Una figlia di Iside non parla, se non per brevissimi cenni; la narrazione abbraccia l’infanzia e l’adolescenza – quasi che quel periodo sia la chiave di tutto ciò che accade in seguito – per fermarsi sulla soglia segnata dai due momenti che concludono l’«educazione sentimentale» di Nawal, facendosi passaggio per la vita adulta: la scoperta della scrittura come continuazione dell’opera materna e l’incontro con la politica.

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