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Razzismo e noismo sull’Enciclopedia Treccani

L.L. Cavalli-Sforza, D. Padoan
Razzismo e noismo. Le declinazioni del Noi e l’esclusione dell’altro
Passaggi Einaudi
2013
pp. XIV – 330

http://www.treccani.it/scuola/itinerari/un_libro/rec_408.html

Non c’è dubbio che gli uomini siano assillati dal bisogno di definirsi, prima che di conoscersi. La storia del pensiero dell’uomo intorno a sé stesso porta tracce profonde di questa urgenza, che nei secoli si è sedimentata in un insieme di dogmi e pregiudizi che guidano inconsapevolmente il nostro sguardo sugli altri e sulle cose, e su cui oggi è necessario tornare a riflettere. Razzismo e noismo è in effetti un tentativo di riprendere alcune delle domande fondamentali sul nostro essere uomini, anche alla luce delle riflessioni e scoperte che – a partire dalla seconda metà del secolo scorso, ma in particolare negli ultimi decenni – hanno portato il mondo scientifico e filosofico a rivedere in molti punti la storia dell’evoluzione e dell’origine della nostra specie.

Il testo si presenta come un dialogo tra due importanti studiosi: un celebre scienziato noto soprattutto per i suoi contributi nel campo della genetica delle popolazioni applicata allo studio della storia delle migrazioni umane (Luca Cavalli-Sforza), e una scrittrice e saggista che da tempo si occupa di testimonianza dei genocidi del Novecento e di resistenza femminile alle dittature (Daniela Padoan). La scelta della forma dialogica – una forma tipicamente aperta, aporetica, ricorsiva, in opposizione alla linearità e l’assertività tipiche del saggio – riflette sul piano stilistico l’intento programmatico di «ricercare […] un ponte tra due linguaggi (quello scientifico e quello umanistico) che di norma procedono su strade parallele». Da questo punto di vista, l’articolazione del libro in cinque grandi capitoli non riflette una partizione netta dei contenuti ma resta invece permeabile alla digressione, al ripensamento, all’approfondimento.

Il concetto di «noismo» – neologismo con cui Luca Cavalli-Sforza propone di tradurre l’inglese we-ness – fa riferimento alla«funzionalità delle nostre azioni nei confronti del gruppo sociale al quale apparteniamo». In questo senso il noismo è inseparabile dall’esistenza umana ed è declinabile in tanti modi (ad esempio: campanilismo, nazionalismo, razzismo, altruismo) quante sono le forme del “noi” in cui di volta in volta ci riconosciamo.

Ma è proprio la categoria del “noi” a trovarsi costantemente interrogata nel corso della ricerca: in cosa consistono – si chiedono infatti i due studiosi – quei “noi” in cui oggi per lo più ci riconosciamo, e da dove vengono? L’assimilazione acritica di modelli relazionali strutturalmente ideologizzati (prima di tutto il linguaggio) ci porta infatti ad accogliere come “dati di fatto” un insieme di postulati sulla natura del mondo – e di conseguenza sul nostro posto in esso – senza riconoscerne il carattere di prodotto culturale storicamente determinato. Di fatto, molti dei presupposti che oggi guidano le nostre scelte identitarie affondano le loro radici nella complessa storia delle trasformazioni che hanno portato una ristretta parte del genere homo a stabilire progressivamente un dominio incontrastato sulla natura e sui suoi simili.

La «specie prepotente» – così Luca Cavalli-Sforza ha ribattezzato homo sapiens moderno, o sapiens sapiens – ha fatto la sua comparsa in Sudafrica circa 200.000 anni fa e si è ben presto affermata come egemone, soppiantando o sovrapponendosi alle specie di homo già esistenti. Per 190 millenni ha vissuto di caccia e raccolta, in un assetto sociale, per quanto ci è dato sapere, sostanzialmente egualitario e pacifico, come quello che ancora oggi caratterizza le (poche) società tribali rimaste nel mondo.

La rivoluzione agricola modifica radicalmente questo scenario, introducendo la divisione del lavoro e generando così una serie di squilibri nella gestione e distribuzione delle risorse. Nasce la proprietà individuale e con essa emergono le prime forme di differenziazione socioeconomica: «l’emergere di una classe egemone e l’accentramento progressivo della proprietà terriera è alla base della creazione delle città-stato e degli imperi, e con essi delle leadership e dei conflitti; con il sorgere di entità strutturate sempre più grandi [...] l’ordine si è progressivamente identificato con un gruppo ristretto, l’oligarchia, o con una singola persona, il despota, il monarca, l’imperatore o il dittatore: il punto di riferimento collettivo, il simbolo per il quale si fanno le guerre». In questo processo è ravvisabile, secondo Cavalli-Sforza, la genesi del noismo, il cui strutturarsi «disegna cerchi del noi sempre più normativi, che presuppongono gli altri come nemici».

La definizione del noi, dunque, è imprescindibile dalla determinazione dell’alterità, che ne rappresenta il correlato naturale. I differenti modi di nominare l’altro corrispondono in effetti ad altrettante declinazioni dell’identità collettiva. In questo senso il linguaggio si costituisce innanzitutto come il luogo nativo dell’identità e del riconoscimento; ma esso diviene anche il luogo privilegiato dell’espressione di una prepotenza socialmente codificata, là dove si fa portatore di un’esigenza – quasi una pretesa – di ordinamento della molteplicità e gestione della differenza: «Il noi espansivo, vincente, si è declinato come appartenenza maschile, competenza razionale, possesso di anima e virtù […] L’uomo maschio, bianco, europeo […] nella sua storia e nella storia dei concetti con cui pensa il mondo, per definirsi ha dovuto distinguersi da ciò che non è: dall’animale, dalla donna, dal primitivo, dal barbaro […] La collocazione entro le gerarchie del sesso, del logos, dell’animale, del mostro, fanno da sfondo e talvolta da nucleo alle teorie razziste, incluse quelle che andarono ad alimentare l’ideologia nazista della razza».

Questa tendenza alla gerarchizzazione della vita e del vivente – che ha informato e informa in modo consistente anche le scienze moderne – mira in ultima analisi a spogliare il prossimo della sua irriducibile alterità, intenzionandolo come oggetto di un processo conoscitivo unidirezionale. Un declinare l’altro alla “terza persona”, che ci permette di ignorare quel richiamo all’ascolto e alla responsabilità implicito nella sua prossimità, facendone piuttosto un che di conosciuto, di oggettivo. È forse allora proprio questo atteggiamento oggettivante il filo rosso attraverso cui si svolge la storia del disprezzo dell’uomo per l’uomo. L’urgenza di definire sé stesso in opposizione all’animale, il dominio di genere, la proclamazione di una condizione di schiavitù “secondo natura”, le deportazioni e i genocidi degli ultimi due secoli si rivelano in qualche modo come il prodotto di una dinamica comune: il bisogno di nascondere l’altro a sé stessi, per scampare l’incognita dell’incontro.

Alessandro Salpietro

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La solitudine del testimone e il “canone” della Shoah

“Saturno – Il Fatto Quotidiano”, 27 gennaio 2012

Shoah, la rivolta degli ultimi testimoni

di DANIELA PADOAN


Nel cinquantennale della liberazione dei campi, Elie Wiesel e Jorge Semprún vennero invitati per un faccia a faccia dalla trasmissione televisiva francese Entretien – ARTE. Wiesel era stato deportato ad Auschwitz come ebreo, Semprún a Buchenwald come politico. L’incontro si concluse con parole abissali alle quali ancora oggi è difficile sottrarsi. «Io me lo immagino: un giorno o l’altro, tra qualche anno, poniamo, si troverà l’ultimo rimasto. L’ultimo sopravvissuto. […] Non vorrei essere al suo posto», disse Wiesel. Semprún annuì: «Penso a quell’uomo, a quella donna, se mai arrivasse a saperlo… Sì, perché in pratica non lo saprà mai. Immagina una troupe televisiva che arriva e comincia: “Signore, signora, lei è l’ultimo superstite”. Quello che fa? Si uccide». Wiesel scrollò la testa: «No, io preferisco pensare che verrà subissato di domande. Domande d’ogni genere. Tutte, proprio tutte. E lui le ascolterà, senza eccezioni. Dopodiché, tutto finirà con un’alzata di spalle. “E va bene”, diranno, “e con questo?” E allora lui dirà…». Semprún lo interruppe: «Se non sarà il suicidio, sarà il silenzio. Il risultato non cambia». «È il silenzio fecondo», disse Wiesel, «l’ultimo. Non vorrei essere l’ultimo a sopravvivere». «E io nemmeno».

Sembra un dialogo di Beckett, eppure, a diciassette anni di distanza, i sopravvissuti non possono che guardare con crescente inquietudine a questa prospettiva; non solo perché, inevitabilmente, anno dopo anno la viva voce di qualcuno di loro si spegne, ma perché – nella sbrigatività con cui alcuni sembrano accompagnarli alla porta mentre altri li santificano, ostendendone nelle commemorazioni rituali la sempre più rarefatta presenza – si perpetua una solitudine e addirittura un’offesa. Non è facile parlare di questo argomento, nei convegni e negli incontri in cui si riflette sulla memoria e sull’insegnamento della Shoah: la compulsione a contrapporre conoscenza e sentimenti, storiografia ed empatia, scatta immediata. Il punto, però, è che non si tratta di scegliere tra la verità storica e il sentimentalismo, ma di porsi un’interrogazione pienamente politica: che società è, quella che non sa rispettare i testimoni del suo stesso precipizio, dello scacco della sua stessa cultura?

Ci interroghiamo sul testimone, ragioniamo sulla sua affidabilità, sul suo ripetere con le stesse parole la medesima storia, teorizziamo sullo statuto della testimonianza; ma chi siamo, noi, visti con gli occhi del testimone? Quest’anno, sia Goti Bauer che Liliana Segre, due fra le più importanti e attive testimoni italiane di Auschwitz, hanno deciso di diradare le loro uscite pubbliche e progressivamente smettere di testimoniare. «Non voglio correre il rischio di essere l’ultimo dei mohicani», ha detto Liliana Segre, mentre Goti Bauer ha parlato apertamente di una «delusione della testimonianza».

Sempre più, il testimone somiglia al vecchio marinaio di Coleridge evocato da Primo Levi; non già scacciato dal banchetto del matrimonio, ma seduto al posto d’onore, e tuttavia ingombrante, colmato di paternalistiche e sbrigative attenzioni. Non gli si impedisce di parlare, lo si sollecita, anzi, nei giorni deputati, ma il suo dire continua a non avere la gravità che Levi immaginava nelle notti del Lager.

La Shoah è stata istituzionalizzata, stilizzata, e su di essa è stato fondato un rito morale-politico che ne rende il pensiero estraneo agli uomini. Secondo Imre Kertész – sopravvissuto di Auschwitz, premio Nobel per la letteratura, e tuttavia anch’egli acutamente consapevole dell’«onda anomala della delusione» che si è abbattuta sui testimoni – si è creato «un conformismo dell’Olocausto, un sentimentalismo dell’Olocausto, un canone dell’Olocausto, un sistema di tabù dell’Olocausto, accompagnato da un mondo linguistico e religioso; sono stati creati i prodotti dell’Olocausto per il consumismo dell’Olocausto». Una subcultura, e persino un «kitsch dell’Olocausto». Perché «ritengo che sia kitsch quel tipo di rappresentazione che non è in grado, o non vuole, comprendere la relazione fondamentale tra la nostra deforme vita civile e privata e la possibilità dell’Olocausto; che estrania una volta per tutte l’Olocausto dalla natura umana e si impegna a escluderlo dalla cerchia delle esperienze umane».

In questi giorni di commemorazione si è molto parlato dei sopravvissuti come vittime, si è raccontato di case di accoglienza per dar loro sostegno, ma non si è mai nominata la loro signoria, il loro sapere qualcosa che noi ignoriamo, la loro doppia cittadinanza tra i vivi e tra i morti. Il testimone che ci guarda è il nostro specchio, l’inviato nell’avamposto più estremo: accogliere il suo verdetto può essere un salutare rovesciamento, l’ultimo invito a dubitare di alcuni dei mattoni con cui la nostra cultura ha edificato Auschwitz.

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Giorno della memoria: Seminario di studio all’Università di Trieste

16 gennaio 2011, ore 15

“Quale memoria? La didattica della Shoah in Italia, tra politiche della memoria, retoriche di commemorazione e modelli di trasmissione”

presso l’Aula Magna in Androna Baciocchi, Trieste


Intervengono:

Georges Bensoussan (storico, Mémorial de la Shoah, Paris) – Un buon uso della memoria?

Daniela Padoan (scrittrice e saggista, Milano) – La solitudine del testimone il consumismo della Shoah;

Anna Foa (storica, Università di Roma “la Sapienza”) – Tra ritualizzazione e negazionismo: insegnare la Shoah oggi in Italia;

Betti Guetta e Francesca Costantini (ricercatrici Centro Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano): Voci dalle scuole: sintesi dei risultati dell’indagine sul viaggio ad Auschwitz della Provincia di Milano.
Interventi di:

Tristano Matta (IRSML-FVG, Presidente Istituto Livio Saranz);
Dunja Nanut (Istituto Livio Saranz, Presidente ANED Trieste);

Gaetano Dato (dottorando, Università di Trieste).

Moderano:

Tullia Catalan (ricercatrice DISCAM- Università di Trieste);

Laura Fontana (ricercatrice Mémorial de la Shoah).

A cura di:

DISCAM-Dipartimento di Storie e Culture dall’Antichità al Mondo Contemporaneo dell’Università di Trieste con il Mémorial de la Shoah di Parigi
in collaborazione con
la Comunità Ebraica di Trieste,
l’IRSML-FVG (Istituto Regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia),
l’Istituto “Livio Saranz”.

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Vasilij Grossman, “Il bene sia con voi!”

“Saturno – Il Fatto Quotidiano”, 6 maggio 2011

PERCORSI

Brindisi con l’armeno

di DANIELA PADOAN


Una continua interrogazione morale di fronte all’estremo, un’interrogazione tolstojana messa alla prova dei campi di sterminio nazisti, dei gulag sovietici, delle deportazioni di massa, dell’inesplicabile trasformazione di uomini miti in delatori e assassini. Ecco Il bene sia con voi!, raccolta di otto racconti scritti tra il 1943 e il 1963 da Vasilij Grossman.

«Le pecore hanno gli occhi chiari – acini d’uva e di vetro. Le pecore hanno un profilo umano – ebreo, armeno, misterioso, indifferente, stupido. Sono millenni che i pastori guardano le pecore. Le pecore guardano i pastori, e ormai hanno preso a somigliarsi. È come se gli occhi delle pecore guardassero gli uomini in un modo particolare, con uno sguardo assente, vitreo; gli occhi dei cavalli, dei cani e dei gatti li guardano diversamente, gli uomini… E con quello stesso sguardo colmo di disgusto e assente gli abitanti del ghetto avrebbero guardato i loro carcerieri della Gestapo, se i ghetti fossero esistiti da cinquemila anni e se ogni giorno di quei cinque millenni gli uomini della Gestapo avessero prelevato vecchi e bambini per sterminarli nelle camere a gas».

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Aharon Appelfeld, “L’amore, d’improvviso”

“Saturno – Il Fatto Quotidiano”, 8 aprile 2011

PERCORSI

L’infinita tribù dei senza terra

di DANIELA PADOAN


“Mentre ci riuniamo, in questa sala elegante e ben illuminata, in questa fredda sera di dicembre, per discutere sulla sorte dello scrittore in esilio, soffermiamoci per un minuto a immaginare alcuni di coloro che, per ovvie ragioni, non ce l’hanno fatta a mettere piede in questa sala” disse Iosif Brodskij nel 1987, nel corso di una conferenza dal titolo La condizione che chiamiamo esilio. Parlava dello spaesamento dei Gastarbeiter turchi in Germania, dei boat people vietnamiti sballottati in mare, delle folle di etiopi che cecavano di sfuggire alla carestia attraversando il deserto. Uno scenario sorprendentemente simile – per quanto ogni volta percepito come emergenziale, biblico – fa da sfondo, in questi giorni, a ogni possibile riflessione sull’esilio.

Esule è colui che è ex solo, bandito o fuggito dal suolo. Nella seconda metà del Novecento, le dittature e le guerre che hanno funestato pressoché ogni continente hanno bandito o costretto alla fuga masse innumerevoli di esseri umani.  La Seconda guerra mondiale, nel suo aspetto di guerra ai civili, è stata una fucina di sfollati, deportati, Displaced Persons: un esperimento a cielo aperto di sradicamento, trasferimento coatto, ridefinizione di confini e di appartenenze culturali e linguistiche entro quelle labili entità che sono gli stati e le nazioni. E se nei secoli non si contano gli scrittori esiliati, nel Novecento la lista diventa vertiginosa.

L’esilio, anche quello più dorato, «sa di sale», come ben sapeva Dante. Una «condizione abnorme, malata, quando il proprio paese diventa la terra più profondamente straniera, nemica e inquietante!» disse Thomas Mann nel corso di una conferenza tenuta a Washington nella drammatica estate del 1943, dieci anni dopo aver abbandonato la Germania, dove non avrebbe mai più messo piede. Continua a leggere

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Testimone e testimonianza: una riflessione

giovedì 14 aprile 2011 ore 15-17
Maranello, Aula magna IPSIA Ferrari, Via Dino Ferrari 2

Percorso di formazione per insegnanti “Un treno per Auschwitz 2010″

con
Alessandra Chiappano, INSMLI
Bruno Maida, Università di Torino
Daniela Padoan, scrittrice
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Il Giorno della Memoria: diretta di Radio3 dal Conservatorio di Milano

Come ogni anno Radio3, in occasione del Giorno della Memoria – 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – propone una diretta, dalle 20.30 alle 23.00, in una città italiana (per il 2011 Milano), in cui la presenza ebraica è stata particolarmente significativa.

Quest’anno sarà il Conservatorio Giuseppe Verdi a ospitare la diretta di Radio3, condotta da Oreste Bossini e Marino Sinibaldi.

Questo è stato, citazione da Primo Levi, è il titolo di una serata ricca di testimonianze e di musiche eseguite dagli allievi del Conservatorio milanese e da professori d’orchestra della Filarmonica della Scala. Filo conduttore di un appuntamento in cui si intrecceranno riflessioni e ricordi sarà quest’anno il tema dell’empatia, chiave interpretativa per analizzare le diverse reazioni possibili di fronte a una tragedia come lo sterminio nazista, dalla solidarietà all’indifferenza, dal rischio personale fino alla delazione

Ore 20.00-20.30
Trasmissione del  Radiodocumentario realizzato nel cantiere della Fondazione Memoriale della Shoah del Binario 21 per evocare le storie legate a quel luogo tristemente noto

Ore 20.30 – 23.00
Diretta dal Conservatorio Giuseppe Verdi con interventi, tra gli altri, di Ferruccio de Bortoli, Presidente della Fondazione del Memoriale della Shoah di Milano, le sopravvissute all’esperienza del lager Liliana Segre e Goti Bauer, la scrittrice Daniela Padoan, che da anni si occupa del tema della testimonianza legata alla Shoah, Liliana Picciotto, storica della Fondazione CDEC, che presenta il progetto Volti della memoria. Fotografie degli ebrei deportati dall’Italia, Moreno Gentili, scrittore e critico della fotografia, Sonia Bo, direttrice del Conservatorio Giuseppe Verdi.

Gli allievi del Conservatorio eseguiranno musiche dei compositori di origine ebraica Mario Castelnuovo Tedesco, Alberto Gentili, Leone Sinigaglia, Renzo Massarani. I Filarmonici della Scala (Agnese Ferraro, violino, e Simone Groppo, violoncello) proporranno invece il Duo per violino e violoncello di Erwin Schulhoff

Info

Milano, Sala Verdi – Conservatorio Giuseppe Verdi – Via Conservatorio 12
Ingresso libero entro le ore 20.00, fino ad esaurimento posti
Per informazioni telefonare al numero 02 762110214 dalle 9.30 alle 15.00

In collaborazione con

Associazione Figli della Shoah, Comunità ebraica di Milano, Conservatorio di Milano, Fondazione CDEC, Fondazione Memoriale della Shoah, Con il contributo di Teva Italia e della Fondazione Corriere della Sera

Credits
Redazioni Radio3

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Il paradosso del testimone: segnalazione del “manifesto”

“il manifesto”, 27 gennaio 2011

SCAFFALE

Riviste, saggi e libri illustrati per la Giornata della memoria

Oggi, 27 gennaio, si celebra il «Giorno della memoria», istituito nel 2000 per commemorare le vittime dell’Olocausto. Oltre agli incontri e alle cerimonie istituzionali promosse dal Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della «Shoah», non mancano le iniziative editoriali. Tra quelle più meritevoli va segnalato l’ultimo numero della «Rivista di Estetica» diretta da Maurizio Ferraris (Rosenberg & Sellier, n. 45, pp. 208). Il numero, curato da Daniela Padoan, ha come tema «Il paradosso del testimone», e include tra gli altri un saggio dello scrittore Aharon Appelfeld, «Cosa fare del male che si è guardato in faccia?», uno dell’autore del volume «L’eredità di Auschwitz» (Einaudi 2002), lo storico Georges Bensoussan, «Mitologie e memoria», e la testimonianza di Goti Bauer, deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello il 16 maggio 1944, liberata a Theresienstadt l’8 maggio 1945, unica sopravvissuta della sua famiglia («Questa memoria che mi è sacra») [...].

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Il paradosso del testimone: recensione di Supereva Filosofia

“Supereva Filosofia”, 22 gennaio 2011

L’orrore di Auschwitz e il problema del ruolo della parola, dell’immagine e della memoria al suo cospetto

di ALESSANDRO ALFIERI


Il problema della testimonianza e il tema relativo al suo valore nel nostro determinato contesto storico è un tema che ha segnato nel profondo la filosofia del Novecento; d’altronde, la cesura epocale che ha segnato una svolta nella storia della cultura Occidentale è stata la tragedia del nazismo e della persecuzione antisemita. Auschwitz rappresenta lo scandalo assoluto per la ragione, nonché la massima vergogna per il genere umano e la sua colpa più profonda; all’indomani da quell’oscenità terribile e inimmaginabile, il dovere etico di testimoniare delle vittime ingoiate dalla storia è divenuta una necessità.

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“Come una rana d’inverno – La Shoah delle donne” su Rai3

“Come una rana d’inverno – La Shoah delle donne”

documentario di Daniela Padoan

Rai3, “Doc 3 -  Documentario d’Autore”

regia di Maurizio Amici, montaggio di Stefano Dell’Orco, durata 50′

trasmesso il 26 gennaio 2007


Recensioni e segnalazioni

Comunicato stampa Rai3

Il documentario, che prende le mosse e costituisce la continuazione ideale dell’omonimo libro di Daniela Padoan (Bompiani 2004), è imperniato sulle riflessioni lucide e accorate di due tra le ultime testimoni del campo femminile di Auschwitz-Birkenau: Liliana Segre e Goti Bauer. Al momento della deportazione Liliana aveva tredici anni, Goti ne aveva venti. Si trovarono sulla rampa di Auschwitz, le donne separate dagli uomini, le figlie separate dalle madri, i bambini mandati al gas con le più anziane; le altre – rasate, denudate, ferite nella propria femminilità, violate nel proprio pudore – selezionate per il lavoro o rese vittime di esperimenti volti a sterilizzare le “donne non degne di riprodursi” e a indurre parti gemellari nelle donne “ariane”.

Benché costituissero, insieme ai bambini, quasi il 70% di coloro che vennero inviati alle camere a gas, le donne sono pressoché invisibili nella storiografia dello sterminio nazista. Maggiore attenzione si è posta a comprendere le caratteristiche che hanno distinto la persecuzione dei rom e dei sinti, degli omosessuali maschi, dei Testimoni di Geova, e la loro presenza è diventa sovrapponibile a quella maschile. È Primo Levi a indicarci la necessità di questa riflessione: “Considerate se questa è una donna/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno”. Aveva in mente le prigioniere che, dal suo internamento nel sottocampo di Buna-Monowitz, erano al di là della fila di colline e delle foreste di Birkenau. Là era il cuore dello sterminio, il luogo in cui sorgevano le camere a gas e i forni crematori, il luogo in cui intere famiglie venivano cancellate: “E a noi si è stretto il cuore, perché tutti sappiamo che là è Birkenau, che là sono finite le nostre donne, e presto anche noi vi finiremo: ma non siamo abituati a vederlo”.

Il documentario, senza nulla concedere alla “retorica della memoria”, nemmeno nella scelta delle immagini di repertorio e delle musiche, è uno sporgersi sul punto estremo della cancellazione dell’umano voluta dall’ideologia nazista della razza, testimoniato con parole scarne e implacabili.

vai sul sito di Doc3

ANSA, 17:06 02-02-07

TV: DOC3, DOVE IL DOCUMENTARIO ITALIANO E’ Dl CASA

di Alessandra Magliaro (ANSA) – ROMA, 2 febbraio 2007

C’è un luogo della cultura in tv che è da anni un’oasi felice, appartata (l´ora tarda della seconda quasi terza serata), fecondissima: Doc3. E´ lo spazio del documentario d´autore, in cui il cinema d´inchiesta italiano si riappropria di spazi che non trova altrove, se non nei festival. L´ascolto è relativo, data l´ora improbabile, la qualità sempre ottima, il marchio è di quelli da memorizzare.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni, che ha molto apprezzato `Il Futuro – Comizi infantili´, appena trasmessi in due puntate con la regia di Stefano Consiglio e la produzione di Angelo Barbagallo, lancia oggi un appello affinchè “passi in prima serata la vera tv di qualità”. A mezzanotte mercoledì scorso e il precedente c´erano tanti bambini di tutta Italia, avranno avuto 10-13 anni, parlavano con libertà di tutto, famiglia, sesso, salute, guerra, scuola, frasi che sconcertavano tanto erano profonde, sagge eppure gioiose come è giusto che sia. La tv era un mezzo, una volta tanto e rimanevi a sentire quelle inquietudini e quei sogni sperando una volta tanto che il futuro nasca proprio da quel coro di bambini.

Non sempre a `Doc 3´ si sorride, Il luogo può essere straziante e mandarti a letto con più sensi di colpa del solito, come quando in ballo c’è `Un´altra storia africana´, quella del Darfur, un documentario scritto e diretto da Emanuele Piano in cui oltre alle genti in fuga si dava voce persino ai ribelli o come “Come una rana d´inverno” di Daniela Padoan, trasmesso per la Giornata della Memoria su due tra le ultime testimoni femminili di Auschwitz, Liliana Segre e Goti Bauer, un modo per riflettere sulle donne nei campi, invisibili per la storiografia dello sterminio nazista. O come il premiato `Il
mondo addosso´ di Costanza Quatriglio, dedicato al mondo doloroso di quattro giovani migranti.
Arriveranno documentari su Napoli, Il prossimo mercoledì 7 febbraio sarà da non perdere `O´ Sistema´, il reportage di Ruben H. Oliva e Matteo Scanni sulla camorra, vincitore tra
l´altro del Premio Ilaria Alpi 2006 e poi, ancora su Napoli, tre puntate sui `Cronisti di strada´ realizzato dal duo Santoni-Pannone. A `Doc3´ lavorano anche professionalità
interne Rai come Lorenzo Hendel che ha in preparazione un documentario su Pio La Torre, Loredana Dardi che si sta occupando della febbre del gioco e Francesca Catarci che sta lavorando a un´inchiesta sui malati terminali e il loro rapporto con la morte imminente. “Doc3 s´inserisce in tutta la linea di racconto che contraddistingue Raitre – dice il vicedirettore Adriano Catani – questo programma in particolare, al terzo anno e con una ventina di puntate a stagione, è  il punto di incontro tra la rete e il variegato mondo dei documentaristi. Per questa stagione si andrà avanti ogni settimana fino al 28 marzo, poi altre puntate sono previste a giugno e luglio, come ribadisce il capostruttura Anna Maria Catricala´. “Doc3 in prima serata? Si può fare ma solo sulla materia più calda dell´attualità – risponde Caetani – altrimenti è meglio lasciarlo dove è, fuori della mischia,
ricordando che su Raitre inchieste come quelle di Report in prima serata già ci sono”.(ANSA).

Segnalazione di Woman.it, Server Donne, “La Shoah delle donne”

Segnalazione di Film.it, “La Rai per il Giorno della memoria”

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